Per favore, non chiamatela sharing economy!

«Car2Go», «Uber», «Airbnb». E ancora «Blablacar», «Guest2Guest», «Kickstarter». L’elenco potrebbe essere infinito. Ogni giorno ne sentiamo parlare e ogni giorno nascono nuove piattaforme: la sharing economy è indubbiamente diventata una protagonista della nostra vita quotidiana.
Sembra che la rivoluzione tecnologica stia facendo nascere un’economia diversa, in cui la fiducia verso l’altro diventa fattore chiave (chi di noi prenderebbe un passaggio da un driver con pessime recensioni su «Blablacar»?), e, dopo secoli di oblio, ritorna la condivisione delle risorse. Alcuni autori, come Jeremy Rifkin, vedono addirittura la fine del capitalismo, superato da queste nuove realtà, empatiche e morali. Ma siamo davvero di fronte a una rivoluzione?
Partiamo dalla semantica. «Sharing», seppure presenti più significati, viene tradotto come condividere: ma cosa è la condivisione? La letteratura scientifica in merito è vastissima (il Saggio sul dono di Marcell Mauss è del 1924), quindi concentriamoci sul senso comune. La condivisione è una forma di scambio che compiamo con persone a noi vicine, senza voler riscuotere nulla nell’immediato. Prendiamo le festività natalizie. Facciamo regali per gli altri senza che ci sia una legge scritta che ci obblighi o ci quantifichi i doni. Quest’ultimo punto è molto importante. In genere togliamo i prezzi ai nostri regali, perché non vogliamo che l’altro possa quantificare il nostro dono. Tagliando i cartellini, sottraiamo il nostro atto alla sfera dell’economia. Tutto ciò che è dono non è economico.
La matematizzazione degli scambi nasce con l’invenzione della moneta: spesso ci si dimentica che essa svolge la funzione di misura del valore (es. il tuo maiale vale tre monete di rame); ma non in tutte le economie lo scambio si riduce a un freddo calcolo di costi e benefici. Nelle società pre-monetarie, nelle cosiddette economie morali, infatti ogni traffico coinvolge più ambiti: l’etnografia ci insegna che la cessione di un maiale può diventare l’occasione per stringere alleanze matrimoniali e per rafforzare rapporti di fiducia. La moneta nasce proprio per razionalizzare e permettere scambi con individui lontani, di cui non possiamo fidarci. Ancora oggi, condividiamo con persone con cui abbiamo rapporti di fiducia.
Potrebbero allora queste piattaforme delle economie morali 2.0? A mio avviso no. Come abbiamo visto, caratteristica precipua di queste economie è l’assenza di moneta. Ma queste piattaforme girano proprio attorno al calcolo del denaro. Sappiamo in anticipo quanto e come pagare, quanti punti accumuleremo e quanti ne spenderemo. Nessuno tirerebbe fuori una bilancia durante un pranzo per pesare una fetta di torta, come nessuno vorrebbe sapere in anticipo quali regali riceverà a Natale. Queste piattaforme, invece, si basano proprio su questo meccanismo: l’economia è l’opposto della condivisione. La prima nasce nelle università francesi del XVII secolo come principio razionale e immanente che avrebbe dovuto guidare l’agire dei sovrani, prendendo il posto della legge divina. La seconda è un fatto sociale totale che possiamo far risalire all’alba dei tempi. Quindi, per favore, non chiamatela sharing economy!

Un pensiero riguardo “Per favore, non chiamatela sharing economy!

  • maggio 12, 2018 in 6:18 pm
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    Io voglio sapere in anticipo quali regali riceverò a Natale

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