La spietata concorrenza tra lavoratori

Il lavoro sempre più precario e flessibile non danneggia solo la vita del lavoratore in senso individuale; esso, a livello collettivo, lacera e logora i rapporti all’interno della classe lavoratrice. Una volta, quando esisteva una sinistra, si diceva coscienza di classe. Oggi di quella non è rimasto quasi nulla. Sempre più si sente che i lavoratori non sono uniti l’un l’altro: essi agiscono sempre più in regime di disumana e liber(istic)a concorrenza. Ne nasce un gioco al massacro: vince chi è più abile a mettersi a disposizione. Se un tempo il nemico era il padrone, oggi lo è il collega che lavora di fronte e al quale potrebbero rinnovare il contratto al posto tuo. A volte neanche ci sono i presupposti minimi perché una certa coscienza possa esistere, poiché non può esservi comunicazione. Si pensi ai lavoratori dei magazzini Amazon cronometrati come delle macchine perfino quando vanno a pisciare, o a certe cooperative dove la metà dei colleghi neanche capisce una parola di italiano.
Inutile dire che di questa mancanza di solidarietà tra i lavoratori se ne approfittano imprenditori e aziende, piccole, medie o grandi che siano. Basta parlare con un operaio di qualsiasi genere: se vuoi che ti rinnovino il contratto devi fare straordinario come e quanto piace al padrone. Qua ci troviamo davanti a un grande paradosso: non c’è lavoro, c’è molta disoccupazione, eppure l’occupato lavora 9-10 ore al giorno compreso il sabato o la domenica. Come è possibile che Governo e Parlamento non intervengano su questo stato di cose? Forse la sinistra o chi ha ereditato le sue battaglie potrebbe ripartire da qui.

Massimo Ressia

Nato nel 1993, felicemente piemontese. Dopo gli studi di ragioneria, mi sono addentrato in quelli di Lettere, conseguendo la laurea triennale. A breve, arriverà anche il titolo magistrale.

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