Stadio Roma: non poteva essere altrimenti

Il terremoto che ha colpito il (non più?) costruendo stadio della AS Roma campeggia oramai sulle prime di tutti i quotidiani. E non poteva essere altrimenti: un palazzinaro agli arresti ed esponenti di spicco di tutti i partiti indagati. Movimento 5 Stelle incluso. Forse il clamore della notizia è dovuto proprio al coinvolgimento dei pentastellati in un classico di connivenza più o meno lecita tra imprenditori e politica. Gli onesti per antonomasia che inciampano dopo appena due anni di governo capitolino.

Gli italiani dovranno rassegnarsi alla corruzione della classe politica?

Io non sono un essenzialista. Non credo che le culture si possano categorizzare rigidamente e che rimangano stabili nel corso del tempo. Credo invece nella dialettica, e credo che certi comportamenti siano figli dello zeitgeist. Dunque vanno indagate le ragioni storiche che ci hanno portato ad avere numerosi amministratori locali indagati: urlare e indignarsi per il caso singolo non serve a nulla.

Roma, la mia città, è un caso che conosco molto bene. Il mio avvicinamento al mondo politico nasce proprio a causa di un’enorme speculazione edilizia costruita sotto il mio naso. E non poteva essere altrimenti: sin dall’arrivo dei sabaudi nel 1870 la città è vittima degli appetiti della rendita fondiaria; memore delle rivolte operaie parigine di quell’anno, il nuovo governo decide che la Capitale non avrà industrie, mentre dovrà prepararsi ad accogliere uffici e ministeri. Ville dall’immenso valore storico e artistico vengono abbattute per far posto a palazzine neorinascimentali; l’alta aristocrazia romana guadagna immense cifre da queste prime speculazioni. Il fascismo prosegue poi la distruzione del tessuto urbanistico romano, e in ossequio alla retorica del regime secoli di storia vengono demoliti e decine di migliaia di romani trasferiti in borgate in mezzo al nulla. Il boom urbanistico del dopoguerra completa lo scenario: dopo aver divorato il centro, la rendita fondiaria attacca quella campagna romana che tanto aveva colpito poeti ed artisti dal Settecento in poi.

L’ultimo, e più pesante, macigno che si abbatte sui sette colli è invece figlio della svolta neoliberale italiana. Da Mani Pulite in poi la politica perde potere, a tutto vantaggio degli uffici amministrativi (Riforma degli Enti Locali, 1993), mentre l’austerity obbliga lo Stato a ricorrere a strumenti di project financing. La rendita fondiaria oramai non ha più vincoli. Nel giro di vent’anni, nonostante la popolazione rimanga stabile, la città si espande per circa 6 km in tutte le direzioni. Le “nuove centralità” veltroniane disperdono ancora di più le funzioni della città, e legittimano lo sprawl urbano. Nonostante la crisi e il crollo dei prezzi delle case si continua a costruire: l’invenduto, grazie a sofisticate operazioni cartolarizzazione, va ad ingrossare bilanci altrimenti in rosso. In questo scenario la politica locale, litigiosa e divisa, non riesce (o non vuole) far sentire la propria voce. Le elezioni del 2016 non hanno cambiato nulla: la rendita fondiaria continuerà a stuprare le nostre città finché non saranno tolti legittimità potere a quel ceto borghese che già Pasolini definiva il più ignorante d’Europa.

Dunque solo chi non conosce la storia può rimanere stupito dai fatti di questi giorni: la vicenda dello stadio si pone in assoluta continuità con l’urbanistica romana degli ultimi 140 anni. E non poteva essere altrimenti.

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