Il Ministro Felpato, homo antiquus della politica

Il dubbio, lo confessiamo, viene: anche Salvini, come tanti suoi predecessori, quando entra in una stanza questa rimane vuota? Il ministro dell’Interno è fatto da baffi, barba, (non tanti) capelli, tante chiacchiere e qualche provvedimento. Basti pensare che un‘azione, ossia aver chiuso i porti all’Aquarius, ha causato una fiumana di parole che manco la summa di tutti i suoi comizi. È un idiota chiunque paragoni Salvini a Mussolini o a Hitler, ma questo non significa automaticamente che il segretario della Lega sia l’emblema dell’ottima politica, tutt’altro. È il tipico esempio di amministrazione della cosa pubblica al contrario: anziché commentare i provvedimenti, l’homo antiquus del Carroccio rende i fatti secondari rispetto alle parole, sdoganando definitivamente un lessico e una modalità di espressione aggressiva, strafottente, volta solo a mantenere i propri voti e – semmai – a guadagnarne altri. Non c’è differenza fra il Salvini in campagna elettorale e il ministro dell’Interno del governo Conte.

Come potete vedere qui accanto, il Nostro sbeffeggia chi lo contesta, arrivando addirittura a utilizzare come pretesto l’aspetto fisico dei propri avversari. Modalità da bulletto di periferia, quelli che fanno i forti con i deboli e i deboli con i forti. E su questo ci tocca dar ragione a Matteo Renzi, il quale però dovrebbe semplicemente tacere perché vedere l’ex premier che attacca Salvini su questo terreno è tanto grottesco quanto il bue che dà del cornuto all’asino.
Se, come diceva Leo Longanesi, il popolo italiano è sempre in buona fede, questa volta è probabile che gli elettori si siano presi una sbronza di chiacchiere e abbiano votato Salvini perché, come l’oste che continua a versarti vino, continuava a dargliele. E quando suona il campanello della loro coscienza, semplicemente fingono di non essere in casa.

Matteo Salvini è la prova che la paura nutrita da Kant più di due secoli fa nei confronti della volgarizzazione della cultura era più che fondata: il leghista, forse per calcolo politico forse perché incapace di fare altrimenti, ha deciso di adattare alla conoscenza del volgo ogni suo messaggio. Sta accadendo quello che Umberto Eco notava nel 1961 a proposito della televisione: l’ideale in cui immedesimarsi non è più il superman ma l’every-man. Il politico non è più il deus ex machina che risolve i problemi grazie a una sua personale dote, ora conquista le masse il leader che appartiene al popolo, l’uomo qualunque che è «arrivato». È quello che Max Weber nel saggio La politica come professione (pubblicato nel 1919) definisce come il «boss»: «Non ha principi politici definiti, è completamente privo di principi e si chiede soltanto: che cosa attira voti?». In più, aggiunge il filosofo, «Non di rado egli è un uomo di educazione abbastanza scadente».

Il punto è che, com’era prevedibile, il salvinismo funziona e porta voti. Questo atteggiamento poi rovescia completamente i rapporti interni alla maggioranza: il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e l’altro vicepremier Luigi Di Maio passano in secondo piano, oscurati dalla violenza comunicativa del segretario della Lega. Ma questa campagna elettorale perpetua finirà? Forse. Quel che è certo è che prima o poi Salvini dovrà mostrare le carte e se, come pensiamo, in mano non ha nulla, si concluderà anche questo sconcertante idillio con gli elettori suoi e altrui. Se un’idea imprecisa ha sempre un florido avvenire, un giorno anche il popolo più sordo alla ragione chiederà conto dei fatti e non delle parole, ne siamo fiduciosi.

Salvini vive perché non c’è una vera opposizione: al di là di Forza Italia, che vive la paradossale situazione di essere coalizzata con la Lega ma fuori dal governo, il centrosinistra latita. Nelle rare apparizioni, paragonabili a quelle mariane, il Pd si abbassa al livello del Felpato Verde e gioca su un campo in cui non ha alcuna possibilità di vittoria. Anziché sfidare il ministro dell’Interno sui fatti, i paladini della democrazia all’amatriciana si adattano alla ciarleria padana, disciplina in cui Salvini è assoluto maestro.
Il ministro dell’Interno arriva addirittura a confrontarsi virtualmente con il rapper Gemitaiz, che – paragonato al Felpato – diventa Luigi Einaudi.
Una prece per l’Italia, condannata alle chiacchiere e al distintivo, ma anche per l’opposizione, che dovrebbe imparare a fare da contrappeso al governo, anziché augurarsi che vada tutto in vacca.

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di Un silenzio italiano (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Shares