L’attentato a Togliatti

Dovevo imparare a conoscere la mia nuova Città: Roma. Non era e non è affatto scontato conoscere Roma. Era un continuo smarrirsi, anche umiliante a volte. Infatti, spesso, ero costretto ad accodarmi a turisti stranieri che sembravano saperla più lunga di me in merito alla toponomastica romana. Nonostante tutto questo, però, perdendomi imparavo e scoprivo circa storie e luoghi. Conoscevo persone e muto le ascoltavo.

Costretto in questa latitanza penso sempre a quelle prime settimane romane e mi vien da piangere soprattutto per lo spaccato di umanità con la quale ho interagito. Come quella volta in cui, ignorando di trovarmi a due passi dal Parlamento italiano, sotto un caldo infernale, ho trovato riparo in una gelateria. Sudavo copiosamente e mi sono precipitato verso i gelati per scegliere i gusti più dolci e dissetanti. Senza guardare in volto la ragazza al bancone, ho ordinato un cono piccolo con cioccolato e nocciola. In attesa di essere servito mi guardavo attorno e ho notato un vecchietto seduto solo e con aria triste in un tavolo appartato della saletta adiacente. Preso il mio cono e curioso di capire cosa si celasse dietro quell’aria triste, mi sono diretto verso il vecchietto e mi sono seduto di fronte a lui. Aspettava chissà da quanto un contatto con un essere umano e qualcuno a cui raccontare le sue storie al punto che ha inziato a parlare come se sapeva che ero lì proprio per ascoltarlo: «Avevo fatto da poco dieci anni. Come quasi tutti i giorni me ne venni da ste parti pe fà quello che faceveno li ragazzini a quer tempo. Ingannà er tempo pe nun pensà alla fame. A na fame che oggi nemmeno se po immaginà. Oltre a ingannà er tempo dovevo pure fa in modo de magnà qualche cosa de più rispetto a quello che me potevano dà in casa. Così iniziai a fare i primi furtarelli. Da ste parti ce sta la gente coi sordi. Pure oggi ce stanno ma allora pe me sta zona era na miniera. Nobili a passeggio, li politici che coreveno da na riunione all’altra. Nun conoscevo nessuno de loro ma puzzavano di ingordigia e fortuna. Io non solo avevo fame ma ero anche invidioso e, dunque, incazzato. Sti soggetti furono le mie prime vittime. So annato avanti così pe parecchio tempo».

Imparavo da colloqui come questo ad apprezzare il romanesco e ad assorbirine la calata e il linguaggio non verbale. Ad esempio, mentre il vecchietto cercava di spiegarmi la fame che provava da bambino, gli elementi che più riconsegnavano la forza dell’esperienza narrata erano le microespressioni del volto, come se i crampi della fame avessero lasciato delle cicatrici a guisa di rughe, e le sue braccia mai ferme e per me tanto assurde. Proseguiva così la sua storia: «Poi però arivò quer giorno in cui la mia vita cambiò. Era il 14 luglio del 1948 e come tutte le mattine venivo qua pe trovà il modo de fa colazione. All’inzio de sto vicolo se trovava un signore distinto e grassottello che si accompagnava con una giovane. Insomma, lo avevo puntato quando all’improvviso ho sentito tre botti che a pensacce ancora oggi me fischiano le orecchie. Il grassottello cadde a tera e di lì me ricordo solo tanta confusione e il fatto che me le ero fatta addosso. Tornai a casa e stetti muto pe parecchi giorni. Addirittura mi madre fece allertare il medico de famiglia. Nei giorni successivi continuai a capirci poco ad esclusione del fatto che qualcuno aveva provato ad uccidere Palmiro Togliatti».

Di questo episodio avevo letto distrattamente dei resoconti su internet ivi comprese tutte le implicazioni politiche e storiche. Ma in quel momento mi trovavo innanzi ad un emozionatissimo testimone oculare a due passi dal luogo dove quell’attentato si compì. In quel momento ho capito che mi trovavo a due passi dal Parlamento e ho cercato di visualizzare quanto il vecchietto mi aveva raccontato. Ho capito che sui libri e sui documenti ci si può ingobbire, ma la conoscenza acquisita per mezzo di una esperienza fisica ed emotiva lascia un segno indelibile e sicuramente più genuino. Ero rapito da tutto questo al punto che, tornando in me, ho notato il mio gelato ormai sciolto sulla mia mano destra. Non lo avevo assaggiato. L’ho gettato in un secchio in prossimità del tavolo dove eravamo seduti. Mi sono educatamente congedato dal vecchietto curioso, come ero, di andare a vedere da vicino il Parlamento.

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