Decreto dignità: Di Maio colpisce il legame tra liberalizzazione dei movimenti di capitale e delocalizzazioni

L’argomento che sta occupando il dibattito politico degli ultimi giorni è il cosiddetto Decreto Dignità, il primo provvedimento legislativo del Ministro Luigi Di Maio. Tra il ventaglio di tematiche toccate dal provvedimento, poniamo l’attenzione al segmento dedicato alla tutela dei livelli occupazionali e al contrasto alle delocalizzazioni d’imprese che precedentemente abbiano ricevuto un finanziamento dallo Stato.

Sono gli articoli 4 e 5 a occuparsene, ponendo della regolamentazione vincolante alle imprese che, dopo aver usufruito di soldi pubblici per l’attività imprenditoriale, cerchino di sfruttare l’effetto della liberalizzazione dei movimenti di capitale per spostare la produzione dove il costo del lavoro è più basso, in maniera tale da aumentare i loro profitti a svantaggio dei livelli occupazionali italiani. Tale regolamentazione si occupa di vincolare tali imprese alla restituzione di tutti i soldi pubblici precedentemente ricevuti, aggiungendo una quota d’interessi pari al 5% per una delocalizzazione in uno Stato UE, e sanzioni che arrivano a essere pari anche al quadruplo della somma ricevuta per gli Stati extra UE.

Per quanto riguarda la tutela dei livelli occupazionali, si è data una stretta a chi, dopo aver ricevuto soldi dallo Stato, pur ottenendo risultati imprenditoriali in linea con il suo business, cominciasse a licenziare prima di 5 anni. In questo caso, si andrà a chiedere una restituzione direttamente proporzionale ai licenziamenti fino al 50% dell’organico, e la restituzione totale in caso di superamento di questo limite.

Questo intervento è fondamentale per controllare non solo le scelte imprenditoriali del settore privato italiano, ma anche gli investimenti diretti esteri, dove il capitale estero arriva in Italia per fare impresa o per acquistarne di esistenti. Molto spesso, tali scelte avvengono per acquisire un brand importante del made in Italy, ricevere finanziamenti dallo Stato, salvo poi delocalizzare dove il costo del lavoro è più basso, aumentando i profitti. Questa logica, figlia della «Terza globalizzazione», ovvero la grande stagione della liberalizzazione dei movimenti di capitale, che possiamo ricondurre all’inizio degli anni ’80 tramite Reagan e Thatcher, porta alla deindustrializzazione del paese e, come si è visto, all’abbassamento del salario reale e, quindi, a un ampliamento delle disuguaglianze.

A conferma di ciò, osservate l’andamento del salario reale in blu (salario già depurato dall’inflazione). Fonte http://goofynomics.blogspot.com/2012/04/lavoro-mobile-o-scala-mobile.html.

La logica che c’è dietro è molto semplice ed è un perenne ricatto del capitale nei confronti del lavoratore, minacciato dalla mobilità di quest’ultimo, come fattore destabilizzante degli equilibri di contrattazione con le parti sociali. In un capitalismo che funziona, il salario deve seguire l’andamento della produttività del lavoro, in maniera tale da remunerare equamente capitale e lavoro, scongiurando crisi da debito privato. Con una minaccia esterna di delocalizzazione, il coltello dalla parte del manico l’ha sempre il capitale, che potrà rifiutarsi di remunerare il lavoro secondo la sua produttività e, in caso di rivendicazioni salariali, potrà minacciare ed effettuare un trasferimento per aumentare i suoi profitti.

L’Euro omogeneizza, quindi aiuta il movimento dei capitali, l’approfondiremo in un altro articolo. Oggi registriamo che la mossa di Di Maio segna una discontinuità nella direzione della tutela nazionale e del lavoro. Finalmente!

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