Il «Frame»: la programmazione subconscia applicata dall’informazione

Stiamo vivendo un periodo politico particolare, dove l’esagerazione di determinati meccanismi ha portato a una rottura di questi schemi predefiniti, facendo nascere un governo sovranista. Non è casuale ed è avvenuto perché la narrazione dominante ha costantemente abusato della fiducia dei lettori, narrando una situazione troppo distorta per poter essere accettata senza il sorgere di legittimi dubbi. Vi è stata una liberazione dalle costruzioni artificiali di pensiero, specie economico, narrate con eccessivo intento manipolatorio, e concepite come distorte da chi la realtà la viveva giornalmente. Questo ha disintegrato il «frame». Col concetto di «frame», nel mondo dell’informazione, ci riferiamo alla costruzione di cornici valoriali che, in ogni ambito del vissuto, pongono una struttura delimitante, che separa ciò che dev’essere corretto da ciò che dev’essere scorretto.

In quest’ambito, il lavoro di chi vuol guidare il pensiero collettivo è quello di riuscire a costruire una cornice valoriale contenente al suo interno una miriade di tematiche della società che ci circonda, solidificandola man mano nel tempo, con un lavoro continuo di indirizzamento. Più il frame si solidifica, più si crea un solco insormontabile tra il politicamente corretto e scorretto. Una volta costruita una cornice robusta, che funga da sistema binario del pensiero dell’opinione pubblica, ciò che si recepisce risulta essere completamente guidato dall’educazione che i media impartiscono ai lettori.

Il passaggio successivo è quello di dare un’etichetta ai fatti e ai personaggi. In un qualsiasi fatto giornaliero, si incolla un’etichetta che indirizzi il fatto o soggetto dentro o fuori dalla cornice dell’accettabile o inaccettabile.

L’etichettatura funge da guida al posizionamento dentro o fuori dalla cornice costruita e dipende dagli interessi di chi vuol incanalare una visione del mondo. Ponendo un esempio classico di carattere politico, porrò un’etichetta che faccia scivolare all’esterno della cornice un soggetto di cui voglio screditare davanti all’opinione pubblica le idee, in maniera da offrire una visione al lettore che educhi a concepire le posizioni di quel determinato soggetto come inaccettabili e pericolose. L’etichettatura dei soggetti è continua, e diventa sempre più marcata nel momento in cui l’attacco deve andare a buon fine. Più quest’esigenza è forte, più si inasprisce l’etichetta.

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Prendendo il tema immigrazione, possiamo vedere la differenza tra l’indirizzo su un concetto, in base al protagonista. Se il protagonista è dentro la cornice tutto ricade nel politicamente corretto, mentre se attuato dal governo sovranista, fuori dal frame, risulta razzista, provocando continue spinte strumentali atte a destabilizzare l’equilibrio interno governativo, che si spengono velocemente (Esempi: la 4×400, la campagna magliette rosse…).

Un esempio su Grillo: non potendolo inserire all’interno di un contesto predefinito per posizionargli l’etichetta di sinistra o destra, inizialmente preferirono ignorarlo come fenomeno fuori dagli schemi, transitorio e irrilevante, convinti che il trattamento l’avrebbe fatto tramontare sul nascere. Tecnica vecchia, funzionante in assenza di strumenti di comunicazione di massa alternativi. Non avevano ancora compreso le potenzialità comunicative della rete, al contrario del grande comunicatore Beppe Grillo. Ecco perché riuscire a essere «fuori dagli schemi» e quindi «fuori da una cornice», spiazza clamorosamente chi lavora con queste metodologie.

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