Kirghisia, il mondo utopico in cui si gode del proprio tempo

Immaginiamo un mondo nel  quale un bambino possa giocare e con il gioco imparare. Immaginiamo un mondo dove ogni uomo lavori 3 ore al giorno. Un mondo che mette al centro l’uomo, la vita, e non il lavoro. Un mondo nel quale non ci sono regole ma tutto è basato sul buon senso. Un mondo libero. Questo è quello che ha provato ad immaginare Silvano Agosti quando ha scritto «Lettere dalla Kirghisia», un libro semplice e veloce da leggere.

La Kirghisia è un paese utopico. Un sogno. Un paese nel quale un uomo può veramente essere un uomo e godersi la vita nella sua accezione più alta. È un mondo di fantasia che, mano a mano che viene scoperto, affascina. Leggere questo libro ti porta a riflettere necessariamente sul mondo occidentale. Un mondo opprimente, fatto di regole e leggi da rispettare.
La contrapposizione tra la Kirghisia e il mondo Occidentale è lampante: il primo è un mondo libero, il secondo è un grosso penitenziario. Le sevizie che sopportiamo tutti i giorni recitando il nostro ruolo di buoni lavoratori, amanti, compagni o mariti, emergono. Perchè, a differenza della Kirghisia, in Occidente abbiamo un ruolo e se non lo rispettiamo siamo diversi e per chi è differente non c’è spazio.

In Kirghisia un uomo ha la ricchezza più grande: può godere del tempo. Il tempo di riflettere, il tempo di imparare, il tempo di stare in mezzo agli altri, il tempo di confrontarsi e di non dovere correre a fare qualcos’altro. Quel tempo, che è vita, e quegli spazi sono costantemente sottolineati. Quel tempo e quegli spazi che, per noi che lavoriamo o che studiamo, o che magari facciamo entrambe le cose insieme, ci mancano.

I primi 18 anni di vita di un bambino sono indirizzati al gioco, al divertimento. E, tramite il gioco, si impara. Proprio perché in Kirghisia i bambini non studiano, ma imparano. Perchè lo studio, in Occidente, è un obbligo e quello che si apprende dallo studio è come un fiore reciso: prima o poi appassisce. Ciò che si impara, invece, deriva dal desiderio di sapere. Imparare, in Kirghisia, è una forma di piacere.

La Kirghisia è un paese organizzato sul buon senso. L’uomo non è condannato a lavorare perché il lavoro non è il centro e il fine della vita. La vita è altro, è stare insieme, è imparare non andando a scuola, ma perché c’è godimento nel voler conoscere qualcosa di nuovo. In Kirghisia un uomo non si assenta dalla vita. Si lavora perché è necessario fornire il proprio contributo per la società, per dare una mano agli altri.

La Kirghisia è così utopica che i genitori hanno la possibilità di godersi i propri figli stando insieme a loro tutto il tempo necessario, il tempo che vogliono. Perché, lavorando 3 ore al giorno, non c’è bisogno di avere un asilo, una scuola. Le relazioni umane sono al centro del mondo.
La Kirghisia è l’immagine perfetta di una società anarchica, è l’immagine di un sogno. È l’immagine di uno slancio verso qualcosa di nuovo, qualche cosa a cui le generazioni future dovranno per forza puntare. A fine libro, però, si ritorna alle nostre costrizioni e oppressioni quotidiane.

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