Gli occhi di Greta

Nel tragitto che separa la Piazza del Parlamento e il ristorante Biondo Tevere, ho imparato a vedere le cose tramite gli occhi di Greta. Siamo saliti sulla metropolitana e, fino alla fermata di destinazione, non ho fatto altro che ascoltarla.

«Amo viaggiare su questi mezzi. Riesco a rallentare il ritmo con cui le cose mi accadono attorno. Vedi quella donna che piange e che sta seduta sola al principio del vagone? Suo padre è morto, precipitato da un’impalcatura. Pietro, così si chiamava, lavorava in nero per un ditta che non presta alcuna attenzione alla sicurezza dei suoi lavoratori. Pietro e sua figlia Anna non avevano altro che l’amore che li legava. Questo decesso è un dramma inimmaginabile e inaccettabile tanto quanto lo è il silenzio in cui la Storia li relegherà».

«Osserva bene il signore elegante in piedi alla nostra destra, quello che legge. È un professore di diritto. Forse è anche un avvocato. Insegna o insegnava alla facoltà di giurisprudenza. Sembra un soggetto di cui fidarsi ciecamente. È felicemente sposato e dal matrimonio è nata una figlia che ogni giorno inorgoglisce i genitori perché va bene a scuola. Il professore intrattiene, da qualche mese, una relazione con una sua studentessa del primo anno. Questa relazione è nata nei bagni dell’Università. La matricola ha perduto la verginità e il Professore ha l’illusione di sentirsi ancora giovane e amato».

«Invece quella ragazza con la testa china sul cellulare? Scrive compulsivamente dei messaggi, probabilmente a delle amiche che la aspettano a una o due fermate da qui. Non si è accorta che il giovane seduto al suo fianco farebbe di tutto per parlarle, toccarla, ascoltarla. Tanto più la tecnologia connette luoghi, persone più si creano solchi psichici e affettivi. Questi due giovani sono nell’età dell’oro dei loro corpi. Se solo non esistessero questi solchi godrebbero in un modo che probabilmente non conosceranno mai».

«Quel ragazzo che urla al telefono? Tenta di avere una conversazione con la nonna. È venuto qui dalla Calabria come quando dall’Italia si andava negli Stati Uniti e come si viene in Italia dal sud del sud del mondo. Si scappa dalla povertà, dalla fame, dalla paura e ciascuno con i suoi desideri e progetti. Arrivano qui e trovano Roma. Roma è tante cose ma nessuno di questi migranti trova quel che cercava. Giuseppe sta pensando di abbandonare gli studi. Suona la chitarra e si arrangia con gli incassi delle serate dei locali che lo ingaggiano. Condivide la sua casa, nel quartiere Pigneto, con un giovane nigeriano che entra ed esce dal carcere per detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti».

«Quel giovane “perfettino”, invece, è la dimostrazione che esiste il male banale, fine a stesso, che si autogenera e si replica. Ha stuprato una sua compagna di classe in occasione del suo diciassettesimo compleanno. Il procedimento penale è stato archiviato per l’insussistenza della notizia di reato. Così l’onore della facoltosa famiglia di provenienza è stato tutelato. La ragazza ora soffre di depressione e tende all’autolesionismo. Persino i suoi genitori credono che si sia inventata tutto».

«Alex, ora ti stai chiedendo se sono impazzita oppure se ho giocato di fantasia. Non sono pazza e queste storie non me le sono inventate. Sono tutte realmente accadute e sono accadute alle persone che ti ho indicato». Questa rivelazione scioccante mi è stata esposta non appena scesi dalla metropolitana, mentre risalivamo dalle scale mobili.

«Quello che il dott. Lo Bello ha fatto su di te e alla tua famiglia io lo faccio su vasta scala. Ho violato pc, cellulari e tutto quanto necessario per ricostruire queste storie. Ho ascoltato gli orgasmi del professore attivando da remoto il microfono del suo cellulare. Ho saputo di Pietro perché ero incuriosita dallo sguardo triste di Anna, così ho scoperto che tiene un diario sul suo pc e leggerlo ogni giorno è come ricevere un pugno allo stomaco. La storia di Giuseppe è antica e per scoprirla mi è bastato origliare le sue telefonate alla famiglia, puntualmente effettuate e ricevute in metropolitana. Dello stupro sono venuto a conoscenza perché i miei captatori sono puntati verso il c.d. Porto delle Nebbie. Saprei immediatamente se qualcuno ha iniziato ad indagare su di me».

Quelle rivelazioni mi hanno fatto sprofondare nello stesso spaesamento del giorno in cui ho lasciato il mio Paese. Greta si è fermata a pochi passi dall’ingresso del Biondo Tevere. A pochi centimetri di distanza ha iniziato a fissarmi: «Sei confuso, lo so. Ma ritengo che tu sia la persona che stavo cercando. Dobbiamo portare avanti il nostro stile di vita sobrio e clandestino. Nel frattempo lavoreremo alla rivoluzione gentile che non c’è mai stata. Alla fine di tutto non ci saranno stupri impuniti, non si morirà di lavoro, le famiglie non saranno gabbie di frustrazioni e si viaggerà per viaggiare e non per scappare».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Shares