Industry 4.0: il viaggio dell’umanità verso la rivoluzione

Dall’istante in cui nel 2011, presso la Fiera di Hannover, fu svelato al mondo intero il suo nome, la Quarta Rivoluzione Industriale ha trainato le generazioni del nuovo millennio verso il sogno di un pianeta libero dal lavoro usurante.
Mai più saremo reclutati nello svolgimento di mansioni intellettualmente e manualmente ripetitive, né saremo citati nella lista degli operai organizzati, spediti e altamente specializzati che fecero
esultare D. Diderot all’alba della Prima Rivoluzione Industriale (Denis Diderot, Encyclopedie, Arte), ma per la prima volta saremo volontariamente interconnessi nell’esecuzione di attività creative e dirigenziali: la potenza dell’intelletto umano potrà definitivamente non curarsi della fragilità del corpo. Secondo l’istituto di ricerca britannico FastFuture, entro il 2030 nasceranno novelli Frankenstein addetti alla costruzioni di parti dell’organismo umano, nanomedici impegnati nello studio e nell’esecuzione di cure sanitarie condotte con strumenti in nanoscala subatomica, agricoltori pronti ad operare su colture e pascoli modificati geneticamente, agricoltori amanti delle fattorie urbane verticali, così come consulenti della terza età dediti a curare le esigenze della popolazione in fase di invecchiamento, neurochirurghi in grado di aggiungere una capacità mnemonica supplementare, una nuova schiera di filosofi impegnati nel campo dell’etica, e poi piloti spaziali, guide turistiche dello spazio, architetti per pianeti, avvocati chiamati a risolvere controversie virtuali, personal brander che guideranno ciascun cittadino del mondo nella creazione del proprio marchio, assistenti sociali nei social network, specialisti nella riduzione dei cambiamenti climatici e molto altro ancora.

«Se i telai sapessero tessere da soli, non ci sarebbe bisogno di schiavi né di apprendisti» (Politica, Libro 1, 1253b), questa la frase amaramente sospirata da Aristotele e tendenzialmente analizzata da pensatori del calibro di K.Marx, F.M.C Fourier e A.Koyré nella puntuale spiegazione del suo paradosso: la creazione di miseria e disoccupazione.
Il perseguibile raggiungimento di un’ulteriore evoluzione dell’innovazione tecnologica viene già condotto attraverso la robotizzazione avanzata, sistemi di produzione addittiva, l’ integrazione e lo scambio di informazioni fra ogni attore del processo produttivo, cyber-security, tecniche di gestione di dati e big data analytics, che potrebbero alimentare drastiche forme di angoscia sociale.
Il futuro dell’industria è già in atto e con esso il timore che un ritrovato e implementato stato di benessere diventi proprio della classe capitalistica imperante.
Quale sorte per coloro che non godono del possesso dei mezzi di produzione, ma fanno parte del mercato del lavoro come esecutori di azioni facilmente rimpiazzabili dai robot? Quale il destino di chi non conseguirà le raffinate abilità richieste da Industry 4.0, ovvero la completa dominazione delle discipline STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria, Matematica), del problem solving, di una efficiente intelligenza emotiva e relazionale?

Allo stato attuale il globo conta 200 milioni disoccupati, oltre 900 milioni vivono al di sotto della soglia di povertà, un lavoratore su tre è stimato inattivo o indigente.
Nello studio Technology at work, the future of innovation and employment, curato dai ricercatori oxfordiani Carl Benedict Frey e Michael A.Osborne, si prevede l’automazione del 47% delle professioni svolte negli USA, mentre gli studi Ocse prevedono la perdita dell’ 8-10% di posti di lavoro, con il conseguente aumento delle disuguaglianze fra lavoratori altamente specializzati e lavoratori a bassa qualifica, di un diffuso sentimento di precarietà e marginalizzazione, provato da chi percepirà come faticoso un ricollocamento lavorativo e una necessaria reinvenzione delle proprie competenze.
Allo scopo di evitare i più nefasti risultati indotti dalla nuova rivoluzione, inequivocabilmente ripudiata dovrà essere la mancata difesa delle fasce socialmente ed economicamente più deboli, mentre auspicate sono ritenute adeguate misure di welfare state, quali indennità di disoccupazione, reddito di cittadinanza, massicci investimenti nel campo della pubblica istruzione e politiche di ridistribuizione dei redditi.

Così, mentre a dieci anni dalla crisi economica del 2008, a poche settimane dalla spirale inflazionistica che ha travolto Turchia e Argentina e con esse 4 dei Paesi Emergenti (India, Indonesia, Sudafrica, Brasile), i mass media nazionali e internazionali, le organizzazioni internazionali quali l’Unione Europea e il Fondo Monetario Internazione, le agenzie di rating raccomandano gravose politiche di austerity, volte al conseguimento del pareggio di bilancio e al crollo della spesa sociale; gli effetti pronosticabili della Quarta Rivoluzione Industriale dovrebbero, invece, indurre una larga fetta della popolazione mondiale a ripensare interamente ciò che il capitalismo finanziario è stato e non potrà più essere, con una progressiva rivitalizzazione delle dottrine economiche keynesiane, una profonda revisione giurisprudenziale in materia di diritto del lavoro, una significativa rinascita del dibattito filosofico verso l’attenzione alle sfide di natura etica, politica e sociale che aspettano il cammino dell’umanità.

L’uomo, non più oppresso da sforzi manuali, potrà liberamente volare nel campo del libero pensiero, dove non solo la scienza e la tecnologia, ma soprattutto la cura di se stesso, il massimo impegno profuso nell’attenzionare la sua stessa figura, potrà donare alle prossime generazioni il risveglio di un nuovo Umanesimo, indelebile, anche se oggi sepolta, venatura della nostra cultura.

Dopo aver letto in questa pagina il futuro, saremo in grado di affrontarlo?
Ce lo racconteremo insieme, continuando a discettare, meditare e sognare le infinite potenzialità della nostra natura.

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