«Morirò, ma non ho paura: sono un carabiniere»

«Pronto? Casa Nuvoletta? Sono il Colonnello Placido Russo. Devo darvi una bella notizia. Siamo venuti a capo della morte di vostro figlio. Un collaboratore di giustizia ha parlato e ha detto il perché è stato ucciso». Si parla di Salvatore Nuvoletta, carabiniere di Casal di Principe, nato a Marano di Napoli nel 1962.

In seguito ad un conflitto a fuoco, avvenuto il 20 Giugno 1987, tra camorristi e carabinieri della Caserma di Casal di Principe, nel quale fu ferito Vincenzo de Falco (futuro mandante dell’assassinio di Don Peppe Diana) e rimase ucciso Mario Schiavone, il boss Francesco Schiavone andò incontro al Maresciallo Gerardo Matassino, il quale venne schiaffeggiato in pubblico dal primo, anche davanti a Salvatore. Schiavone, con un unico gesto, ha voluto stabilire la sua superiorità nei confronti delle autorità ed allo stesso tempo voleva sapere il nome del Carabiniere che uccise Mario Schiavone. Secondo il pentito Carmine Schiavone, a vendere il nome di Nuvoletta fu proprio il suo superiore, il Maresciallo Gerardo Matassino, che era sul libro paga dei Casalesi.

Nuvoletta non era vergine per ciò che riguarda gli scontri con i camorristi, difatti era sempre in prima fila per combattere la criminalità nel suo territorio, ed è forse proprio per questo che venne indicato da Matassino. Potrebbe anche essere vero che Nuvoletta sparò a Schiavone, se non fosse che quel giorno si trovava in Caserma, perciò è da escludere.
In seguito alle dichiarazioni del Maresciallo, il clan dei Casalesi chiese il benestare per l’omicidio alla famiglia Camorristica di Marano di Napoli, il Clan Nuvoletta, il quale partecipò attivamente all’omicidio di Salvatore. Nuvoletta sapeva che stava circolando il suo nome come capro espiatorio, tanto che alla frase della madre: «Vattene, vattene, lascia tutto per un po’ e vai via», lui rispose: «Mamma, ma come vado via? Io sono un carabiniere, non me ne posso andare. So di dover morire, me lo hanno detto, ma non ho paura. Io sono un carabiniere».

Il 2 Luglio 1987 un commando di Killer formato da 4 persone arrivò in Comune di Marano di Napoli e si portò ad una distanza di 30 metri dal negozio dei genitori di Salvatore, che era seduto davanti al negozio con un bambino di nome Bruno sulle gambe. Dall’auto scesero 3 persone, mentre la quarta aspettava in macchina, e si diressero verso Salvatore. «Totore, Totore, Totore»esclamarono prima di aprire il fuoco. Nuvoletta fece appena in tempo a spingere a sinistra Bruno e a salvarlo, che subito dopo si riversarono su di lui i proiettili dei revolver dei sicari. Oramai esanime a terra fu abbracciato da Bruno in lacrime, e fu solo la forza della madre nel tirarlo via a permettere alle forze dell’ordine e all’ambulanza di intervenire.

Bruno, oramai cresciuto, racconta: «Se fai il bravo oggi ti porto a comprare la bicicletta», mi aveva detto quel giorno. Era una Bmx grigia, me la portò a vedere. E come si fa a dimenticare certe cose… Dopo siamo andati fuori dal negozio dei suoi genitori e, come sempre, mi ero seduto sulle sue gambe. Stavamo giocando, ma io non facevo altro che pensare: «Quando me la compri?». Poco dopo arrivarono 3 persone che lo chiamarono: «Totore, Totore, Totore». Mi lanciò subito a sinistra e scappai via, dopo di che chiusi gli occhi e mi misi le mani sulle orecchie per non sentire più. Andai incontro a Salvatore che giaceva a terra, lo abbracciai e solo successivamente mia madre mi portò via. Ogni tanto mi capita di pensare a lui, a lui che mi prometteva quella bicicletta».

A Salvatore è stata assegnata la Medaglia d’oro al Merito Civile per aver sacrificato la sua vita per contrastare la criminalità organizzata. Nel 2009 è stato inaugurato e dedicato a lui un centro sportivo polivalente e nel 2011 gli venne intitolato lo Stadio Comunale di Marano. Una vita breve quella di Salvatore, che appena ventenne si è trovato con la maglietta sporca di sangue e una promessa che, a causa di altri, non ha potuto mantenere.

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