La domenica a casa non è un diritto!

Ho letto con grande interesse l’articolo di Massimo Ressia su questo blog sulla questione delle chiusure domenicali dei negozi, articolo in cui si conclude che «Siamo gli unici in tutta Europa, infatti, a non avere una benché minima stretta sulle aperture degli esercizi commerciali. Ciò ovviamente ha scaturito il gioco al massacro», mentre quelli contrari alle chiusure domenicali «fanno notare che oltre all’eventuale danno all’occupazione ci sarebbe anche un danno ai cittadini che verrebbero privati del loro diritto di fare shopping che come è noto è ben più importante dei diritti sociali».

Una sicumera tanto illogica quanto crassa regna sovrana: 1. tenere aperto la domenica non corrisponde necessariamente a meno diritti per i lavoratori, come tenere chiuso non rende i dipendenti più tutelati; 2. sorge lecita la domanda: non lavorare la domenica è un diritto? Ovvio che no, visto che – in quanto cittadini di una democrazia – gli italiani hanno gli stessi diritti e gli stessi doveri, e un medico costretto a lavorare a volte pure il giorno di Natale non può avere meno diritti di un commesso di un supermercato solo in virtù del mestiere che ha scelto.

I diritti dei lavoratori sono altri, ben più importanti e seri. Primo fra tutti un orario di lavoro umano e proporzionale allo stipendio che si riceve, nonché un numero di giornate libere proporzionate alla mansione che si ricopre. Se confondiamo l’apertura domenicale con un sicuro e inesorabile sfruttamento del lavoratore siamo fuori strada.
È possibile permettere ai proprietari delle attività di scegliere orari e giorni di apertura e al contempo preservare i diritti dei lavoratori? Certo. Lo Stato dovrebbe intervenire su questo: dovrebbe impedire lo sfruttamento, senza limitare la libertà di vendere e di comprare quando lo si ritiene opportuno.

Insulsa anche l’obiezione di chi parla di pochi introiti dei supermercati negli orari notturni, tanto per fare un esempio. Già il fatto che lo Stato si intrometta nella gestione degli affari delle aziende è di per sé bizzarro, se poi aggiungiamo che questi fenomeni auspichino in un intervento statale al limite dell’autoritario per sconsigliare alle aziende scelte che, in teoria, sarebbero controproducente, se aggiungiamo questo siamo a posto. Il prossimo passo è quello di chiudere per intervento governativo ogni attività che non generi guadagno.

Rimanere a casa la domenica o non lavorare di notte non è un diritto, visto che un diritto è tale se appartiene a tutti. Lavorare con orari e giorni di riposo sensati e umani è invece quello che va regolamentato. Il governo dovrebbe agire in questo senso, anziché dare al populicchio la solita carota che generalmente si porta dietro un sonoro bastone. È più difficile? Certo: ci vuole una vera e propria riforma culturale, fatta di controlli serrati e pene severe per chi sfrutta. Se si incentiva un lavoro che non sia sfruttamento le aziende ci pensano due volte prima di tenere aperto di notte o di domenica: pagare straordinari o fare nuove assunzioni sono oneri non da poco che si affrontano solo se è necessario e la conseguenza è un guadagno maggiore.
È difficile e complicato, ma questo non è forse il governo del cambiamento?

Tito Borsa

Giornalista praticante. Autore di Un silenzio italiano (Cleup, 2017), studio alla Scuola di Giornalismo della Luiss a Roma. Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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