Salvador era un Uomo

«Salvador era un uomo, vissuto da uomo, morto da uomo, con un fucile in mano».

Così iniziava il testo di «Salvador», canzone dedicata al Presidente cileno Allende dal gruppo italiano Nomadi.
In questa settimana, più precisamente l’undici di settembre, ricorreva il quarantacinquesimo anno della destituzione armata, e dell’omicidio di uno dei politici più iconici ed amati di tutto il sud america.
Ecco perchè con la maggioranza  dei media generalmente dirottati alla rievocazione dei fatti avvenuti nel 2001 al World Trade Center di New York, sembra doveroso proporre un minimo ricordo di quello che fu un presidente straordinario, amante della non violenza, dell’uguaglianza, e del proprio popolo.

Salvador Guillermo Allende Gossens, uomo sobrio e rifuggente al protagonismo, fu il primo Presidente marxista democraticamente eletto al mondo.
Nato al Valparaiso nel 1908 e laureato in Medicina, divenne fin dall’adolescenza un fervente critico del capitalismo, cosa che lo portò ad essere uno dei fondatori del Partito Socialista Cileno e successivamente all’elezione come Ministro della Sanità, carica che ricoprì egregiamente, incrementando il sistema pubblico e proponendo un’estesa gamma di riforme sociali, tra le quali si ricordano la protezione dei lavoratori delle fabbriche, l’aumento delle pensioni per le vedove, le leggi sulla maternità, oltre che il cibo ed i programmi gratuiti per bambini in età scolare.

Allende diventò successivamente Presidente nel 1970, ma fin dai primi giorni vide nell’aministrazione statunitense a guida Nixon uno dei più feroci nemici.
Durante la presidenza di Richard Nixon, infatti, gruppi di agenti della C.I.A., che al tempo imperversavano per il sud america, tentarono più volte di impedirne l’elezione finanziando ripetutamente i partiti avversari e spingendo l’ex Presidente democristiano del Cile Eduardo Montalva a bloccare la ratifica dell’elezione da parte del Congresso.
Il Congresso cileno ratificò invece l’elezione di Allende, il quale sin dal primo discorso promise al suo paese una serie di riforme socialiste tra le quali riforme agrarie, nazionalizzazione di banche, e l’espropriazione del capitale straniero, detentore delle numerose miniere cilene, per la maggior parte statunitense e nazionalizzazione del rame.

Accusato dai suoi avversari di voler portare il Cile in un regime comunista, Allende rispose con fermezza, adottando le sue riforme nel pieno rispetto della costituzione, irritando notevolmente le classi alte della società cilena e soprattutto le grandi multinazionali targate U.S.A.

Fu però il 1971 a segnare il destino di Salvador Allende, anno in cui ristabilì i rapporti diplomatici con la Cuba castrista, rompendo l’aderenza cilena agli accordi dell’Organizzazione degli Stati Americani che si prefiggeva di non concedere alcuno sbocco commerciale all’isola caraibica.
Tutto ciò irritò e preoccupò notevolmente Washington, che non tardò di far sentire la propria influenza.
Si cominciò con l’embargo, e si procedette con il finanziamento illecito degli oppositori politici di Allende, causando nel 1973 la paralisi del Cile, uno dei tassi di inflazione più alti del pianeta e la mancanza di materie prime. Poi venne l’ 11 settembre 1973, uno dei giorni più infausti di sempre per la democrazia.

La destra nazionalista, coordinata e finanziata dagli Stati Uniti, destituì Salvador Allende con la forza, grazie all’intervento delle forze armate guidate da Augusto Pinochet.
Pinochet offrì al Presidente un salvacondotto ed un esilio all’estero, ma questi rifiutò fermamente di arrendersi, e finì per asserragliarsi con il suo seguito nel palazzo presidenziale a Santiago de Chile.
In un ultimo, meraviglioso, commovente, messaggio al popolo lanciato via radio Allende disse:
«Il popolo deve stare all’erta, vigile. Non deve lasciarsi provocare, né lasciarsi massacrare, ma deve difendere le sue conquiste.
Deve difendere il diritto a costruire con il suo impegno una vita degna e migliore (..) Queste sono le mie ultime parole e sono certo che il mio sacrificio non sarà vano, sono certo che, almeno, ci sarà una lezione morale che castigherà la fellonia, la codardia e il tradimento.
Viva il Cile, viva il popolo, viva i lavoratori!».

Allende morì quello stesso giorno, ucciso dall’esercitò di Pinochet, con un fucile in mano.La dittatura del generale Augusto Pinochet durò fino al 1990 e causò tra gli altri, 3.500 morti, 38000 desaparecidos (scomparsi) e 28000 vittime di tortura.

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