Pd in piazza domenica, sarà la messa di requiem?

Domenica pomeriggio siateci tutti in Piazza del Popolo a Roma, dove il Pd ha convocato l’Italia che «non ha paura». Doveva essere sabato ma, forse perché è il compleanno di Silvio, forse perché il derby capitolino avrebbe reso ancor più arduo riempire la piazza, alla fine si è deciso di rimandare tutto di 24 ore.

Deus ex machina della rinascita dem è nientepopodimeno che il segretario Maurizio Martina il quale, nonostante abbia lo stesso carisma di una lampadina fulminata, si erge a uomo simbolo del partito che si rialza dopo la batosta elettorale e 6 mesi di autogol. Tra i presenti figurano Matteo Renzi, Nicola Zingaretti, Carlo Calenda e Paolo Gentiloni. Un misto dell’usato sicuro – in mancanza di alternative – e del nuovo che avanza, zoppicando.

Sembrano questi i quattro assi nella manica del Pd, un po’ poco, a dir la verità. Sarebbe abbastanza avvilente per l’elettore dem dover scegliere tra l’ex leader che, seduto da Fazio, ha chiuso la porta in faccia ai 5 Stelle consegnando di fatto il governo anche a Salvini, un presidente di Regione che fa politica da 26 anni, il rivoluzionario dei Parioli e l’ex premier nonché ex ministro del governo Renzi. Calenda poi sale sul palco qualche manciata di giorni dopo aver sentenziato che «serve uno psichiatra come segretario del Pd», ecco l’emblema della nuova cavalcata del centrosinistra. Nel frattempo si organizzano pullman e treni per arrivare a Roma domenica, in pieno Silvio-style del 2013, quando chi scrive ha potuto assistere alle carovane di pullman targati Pdl in autostrada verso la Capitale. Un’emozione che in tanti potranno apprezzare anche il 30 settembre.

La verità è che il Pd è talmente democratico che in segreteria c’è posto per tutti: quando i leader durano il tempo di un rutto, significa che a turno prima o poi per il vertice ci passa chiunque, basta avere un po’ di pazienza. Chi scrive è sicuro che, pur non condividendo gran parte delle battaglie dem, se si iscrivesse oggi, nel giro di un paio di decenni arriverebbe dritto in segreteria, per mancanza di alternative, se non altro.

Tornando alla manifestazione di domenica, l’«Italia che non ha paura» potrebbe non essere così vasta, tanto che parrebbero essere i vertici dem ad avere paura. Sì, di un flop colossale, che metaforicamente rappresenterebbe la pietra tombale su un partito che ha governato solo quando è sceso a compromessi.

Tito Borsa

Giornalista praticante. Autore di Un silenzio italiano (Cleup, 2017), studio alla Scuola di Giornalismo della Luiss a Roma. Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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