Sindaco Lucano agli arresti, serve obiettività

Il sindaco di Riace (Reggio Calabria) Domenico Lucano è da ieri mattina all’alba agli arresti domiciliari, mentre alla sua compagna Tesfahun Lemlem è stata vietata la dimora nel territorio del Comune. L’accusa è di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e affidamento diretto fraudolento del servizio di raccolta di rifiuti.
Per motivare una scelta che sta facendo discutere mezza Italia, la procura di Locri spiega che Lucano e la compagna avevano «architettato degli espedienti criminosi, tanto semplici quanto efficaci, volti ad aggirare la disciplina prevista dalle norme nazionali per ottenere l’ingresso in Italia». Un esempio di questo è un matrimonio «di comodo» tra una donna nigeriana, per tre volte rifiutata dall’Italia, e un uomo di Riace.

A far discutere, ovviamente, non è stata l’accusa riguardante l’affidamento diretto del servizio di raccolta di rifiuti, ma gli stratagemmi per aggirare le norme contro l’immigrazione clandestina. Ma entrambe le accuse sono sul tavolo, ricordiamocelo.
Gli arresti domiciliari per Domenico Lucano hanno scatenato infinite proteste: Pierfrancesco Majorino, assessore della giunta Sala a Milano, non va per il sottile, «Dio non voglia che si tratti di intimidazione. Sarebbe una roba di regime», ma è solo un esempio. Anche amici e colleghi, tante persone libere, si sono indignati per questo provvedimento. A costo di scatenare ulteriori polemiche, mi permetto di dire che nessuna di queste persone ha colto il punto.

L’unico è stato Roberto Saviano che, ribadendo la propria vicinanza al sindaco di Riace, spiega: «La verità è che nelle azioni di Mimmo Lucano non c’è mai finalità di lucro, ma disobbedienza civile». Disobbedienza civile, questa è la parola giusta che riesce a mettere ordine in questo caos di indignazione.
A parte il fatto che stiamo parlando di un’ordinanza di un Gip e non di una condanna, Domenico Lucano in nome di ciò in cui crede può aver violato una o più leggi. Questo non fa di lui un criminale, soprattutto prima di un processo non ancora sicuro. Stendiamo un pietoso velo sul post su Facebook di Matteo Salvini – che per decoro non riportiamo – che ci conferma il pensiero che avevamo sul «nostro» ministro dell’Interno.
Domenico Lucano, che è tutt’altro che uno sprovveduto, ha probabilmente compiuto in modo consapevole una disobbedienza civile. Forse ha violato una legge, che c’è e che va eventualmente cambiata, per dare un segnale e per seguire la propria coscienza. È infantile prendersela con chi ha indagato perché potrebbe essere stata violata una legge, le norme se non vanno bene si cambiano, ma è impensabile che chi deve indagare decida di non farlo. E gli arresti domiciliari sono un’ovvia conseguenza del fatto che l’eventuale reato potrebbe essere reiterato. Anche questa è legge.

Con questo provvedimento, indirettamente Lucano ha raggiunto il suo scopo: far parlare, far discutere, scatenare una tale indignazione da far arrivare la protesta forse fino in parlamento. E chi scrive è con lui. Cerchiamo però di non urlare al complotto, allo Stato totalitario o ad altre cose più grandi di noi senza motivo. Qualcuno ha addirittura ipotizzato che dietro questi arresti domiciliari ci sia addirittura Matteo Salvini in persona, sciocchezze senza fondamento. Se ci fosse il ministro dell’Interno, se si riuscisse a provarlo, solo allora potremmo dire che lo Stato di diritto è morto e defunto nel nostro paese.
Per ora tutto questo non c’è. C’è invece un sindaco che ha deciso di fare ciò che la sua coscienza gli imponeva e continua a imporgli e che – speriamo – scateni un processo a catena tale da cambiare una legge assurda.
C’è chi azzarda paragoni con Eichmann e quella squallida giustificazione dell’«eseguivo gli ordini». Grazie a Dio non siamo nella Germania nazista, qui si parla di un amministratore coraggioso che non si è schierato contro uno Stato totalitario.
Perdere la misura delle cose troppo spesso porta a sminuirle. E qui Lucano non merita né una demonizzazione dello Stato e della magistratura, né la sottovalutazione che in genere consegue alla santificazione. Cerchiamo di rimanere umani, ma cerchiamo anche di restare seri.

Tito Borsa

Giornalista praticante. Autore di Un silenzio italiano (Cleup, 2017), studio alla Scuola di Giornalismo della Luiss a Roma. Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Shares