La donna e il potere, un tempo e ora

Vivono in cantucci appartati e rigorosamente curati, perché, separate dagli ampi ritrovi del potere, dove la rincorsa verso il futuro è il campo di ricerca fondamentale, imparano a custodire della quotidianità gli aspetti più immediati e indispensabili.
Il loro è uno scrigno di pietre preziose, anche se vagamente imperfette, logore e disadorne, perché l’immaginazione è sempre la virtù degli indigenti, dei dimessi, degli esclusi.

Alcune, come Saffo, Mary Shelley e Virginia Woolf hanno saputo raccontare sogni vividissimi ed esiziali, altre, come Giovanna d’Arco, hanno voluto tragicamente sfidare sancite convenzioni e asperità insormontabili, fino a scivolare, dinanzi a spettatori e lettori, nella triste bolla della follia: quando gli uomini vengono distrutti dalle brutture che hanno essi stessi generato, quando gli uomini tutti crollano inesorabilmente nel terreno dei vinti, ecco che le donne, dalla Lisistrata di Aristofane (411 a.C) all’Onorevole Angelina (1947) di Luigi Zampa, abbandonano il focolare, perché chiamate a ricongiungersi con quel futuro segretamente vagheggiato, che solo a loro è possibile plasmare.

Diamo uno sguardo alla donna del neorealismo.
Sullo sfondo vi è il secondo dopoguerra e Angelina, la popolana interpretata da Anna Magnani, è una donna dotata di vulcanico vigore e di profonda sensibilità, una donna che lotta avidamente nel segno di una causa corale, mai esclusivamente personale, mai necessariamente collettiva. Chiusa nella tetra e spoglia borgata romana di Pietralata, vive sottomessa agli eventi, scossa dai difetti della misera quotidianità condotta, finché, giunta a comprendere la dignità della propria figura, inizia a esigere rispetto per quell’umanità dimenticata, che da lei è fieramente rappresentata.
Così, muove i suoi compagni di miseria alla rivolta, alla scoperta dei propri diritti, all’inseguimento di un meritato progresso, immortalata da foto di giornale che ne esaltano l’intensa unicità. Vinti parzialmente i nemici, sogna di poter conquistare una cattedra tra le autorità maschili che presiedono la costruzione del futuro, ma l’illusione di poter divenire parlamentare della Repubblica è presto seppellita dalla consapevolezza delle proprie incolmabili debolezze, che non riguardano l’estrazione sociale, non smentiscono il valore della sua persona, ma risiedono nell’ignoranza ingenua per le cose del mondo, che gli uomini esperti sanno ben orchestrare, che le donne illetterate possono solo ben osservare.

Analizziamo, invece, la donna del nuovo millennio.
Oggi, al tempo dell’incipiente quarta rivoluzione industriale e di un solidificato capitalismo assoluto, diversamente dall’Angelina del Dopoguerra, le donne europee si distinguono più degli uomini per l’alto grado di istruzione, occupano circa il 30% dei seggi parlamentari nazionali, possono inerpicarsi alla volta di posizioni di vertice, ambire all’espletamento di importanti ruoli governativi, battere gli uomini in notorietà.
La donna politica, in cambio di tante onorificenze, è, tuttavia, chiamata a esibire i migliori tratti della propria esteriorità, per mezzo di una pratica ipnotica che si avvale dei riflettori amici, del linguaggio comunicativo e della filosofia di mercato propri dello star system hollywoodiano, ma che svilisce le capacità critiche dell’elettorato maschile, diseducando lo Stato al giudizio passivo e puntuale delle inezie estetiche, delle quisquilie frivole che snaturano il dibatto politico.
Di conseguenza, mentre le riflessioni mediatiche sull’uomo politico puntano a condurre l’attenzione del popolo sulla prontezza e la determinazione della sua tempra, come è facilmente desumibile da un esame oculato dei ritratti dei maggiori leader mondiali ed europei, tra cui spicca il volto di Matteo Salvini offerto dalla copertina del Times, quelle prodotte per conseguire consenso attraverso un tacito elogio dei volti femminili della politica, si focalizzano, invece, sui tratti puramente estetici della donna di potere, con il risultato di offrire agli occhi del popolo l’immagine di una femminilità stereotipata, monocorde, imbrigliata, capace di esercitare intorno alle resistenti e robuste autorità virili un compito meramente ornamentale. Oggi la donna politica deve apparire glamour, destinare ogni cura al proprio vestiario, sfilare sui più chiacchierati tappeti rossi dei festival cinematografici e delle trasmissioni televisive, nell’esecuzione di una mansione di raffinato soprammobile.
Quando, però, il consenso si dirige verso mete occupate da chi promuove uno svuotamento della sfarzosa eleganza istituzionale, allora la donna si spoglia del lusso e si veste di semplicità, di una sobrietà popolare che non realizza le rughe della Magnani, né la genuinità delle popolane raffigurate dal Neorealismo, ma una tersa e artificiale frugalità da copertina, di cui Maria Elena Boschi è il recente esempio.

Dove la libertà di esprimere la propria irripetibilità? Dove il riconoscimento? Dove il rispetto?
Forse sopravvive fioco nelle eroine dalla focosa determinazione che hanno per un solo istante silenziato la voce della tirannide.

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