Aria di rottura in casa Lega-5 stelle?

Momenti concitati per l’Italia: la tenuta dell’esecutivo sembra minata da tante fratture tra i due partiti di governo nel quale sembra mancare quell’intesa, quel capirsi al volo che è intercorsa tra i due leader Di Maio e Salvini nei primi mesi insieme. Quest’ultimo in particolare sembra, attraverso numerose dichiarazioni dei suoi, voler forzare la mano palesando una grande diffidenza se non una vera e propria contrarietà per le scelte fatte dalla controparte grillina ma sottoscritte anche dalla Lega.

La forza di questo governo è sempre stata a livello esterno il grande sostegno popolare, a quello interno la grande capacità di compromesso tra le forze contraenti. Il primo motivo di forza però si sta sempre più sbilanciando verso la componente leghista e sembra quasi che Salvini abbia deciso di far pesare questa disparità mettendo in discussione quanto concordato coi 5 stelle che infatti sobbollono. Di Maio pare non poter mettere un tappo a questi movimenti interni, né tantomeno gli converrebbe cedere alle richieste di Salvini, il quale, così facendo, otterrebbe ancora più peso all’interno dell’esecutivo e potrebbe perpetuare richieste via via più pesanti, erodendo ancora di più l’elettorato grillino (un dato interessante: i continui attacchi dei media mainstream a Salvini lo hanno rafforzato mentre si potrebbe dire il contrario di Di Maio e i suoi).

Sembra di rivedere la solita Lega, cioè non quella che lotta per una legittima (che piaccia o no) politica sovranista o quella popolare, ma quella rintanata nei feudi di casa a strizzare l’occhio a certi ceti imprenditoriali che non ne vogliono sapere nulla di leggi contro l’evasione, la corruzione o di riforma della prescrizione e se ne frega delle sofferenze delle parti più disagiate della società.

Certo anche Di Maio ha le sue colpe: così come Renzi con gli 80 euro, egli spera con il reddito di cittadinanza erogato già a marzo di recuperare voti all’europee, non imparando la lezione. Riformare i centri per gli impieghi è una sfida ardua e certo va lodato per il coraggio di volerla affrontare, ma voler farlo in tre mesi quando occorrerebbero tre anni (o almeno uno) non è serio. Non è proprio possibile. Allora sì, il reddito diventerebbe assistenzialismo. Sarebbe un gesto da politicante che pensa ai voti e non al futuro del paese. Piuttosto, mentre si riformano i centri per l’impiego, si potrebbe usare una parte dei soldi per fare investimenti infrastrutturali al sud e un’altra  parte, volendo mantenere la promessa elettorale, usarla per pensioni di cittadinanza (che ovviamente non hanno bisogno dei centri per l’impiego) e soprattutto per un reddito per le famiglie di giovani (in questo modo si farebbe politica volta a combattere la denatalità).

Purtroppo il Governo del Cambiamento sembra non cambiare i soliti vizi dei politici: pensare al tornaconto elettorale e non a quello del Paese.

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