Le «strambe» critiche al reddito di cittadinanza

«Opportunità per ciascuno, progresso per tutti». Non è uno slogan di qualche partito o movimento di estrema sinistra, ma figura come «risposta» nel Manifesto Liberale 2017. In altre parole: tutti devono avere delle opportunità, delle possibilità. Sottinteso: opportunità di crescita, di arricchimento in senso stretto e in senso lato.

Per questo motivo il cosiddetto «reddito di cittadinanza», che poi più propriamente si dovrebbe chiamare reddito minimo condizionato, non dovrebbe essere osteggiato da centrodestra e centrosinistra, che fanno della politica liberale una bandiera. Dare a chi ne ha bisogno la possibilità di mantenersi e nel frattempo «restituire» l’aiuto dato dalla società attraverso lavori per la comunità e una formazione seria, questo è esattamente l’«opportunità per ciascuno» del Manifesto Liberale.

Per questa ragione appare bizzarra l’avversione aprioristica del Pd verso il reddito di cittadinanza. Su Democratica, la testata di partito che ha indegnamente preso il posto dell’Unità, il 18 gennaio scorso viene pubblicato un articolo dal titolo «Il reddito di cittadinanza del M5S? Distruggerebbe il lavoro». Gli autori, Giampaolo Galli e Yoram Gutgeld, sostengono che «Il problema è la distruzione dell’economia e delle sue basi materiali e anche morali, dal momento che il reddito verrebbe sganciato dallo sforzo individuale. Una calamità naturale, per quanto grave, non potrebbe fare danni più seri alla nostra società. Forse bisogna andare nel Venezuela di Chávez per vedere quali disastri si possono fare elargendo benefici spropositati». Questo è palesemente falso, visto che l’erogazione del reddito minimo condizionato è, appunto, condizionata da una formazione professionale e dall’obbligo di accettare un’offerta di lavoro senza che vengano offerte innumerevoli alternative. Poi il Pd è l’artefice del Rei, reddito di inclusione, che non è «condizionato» a differenza della proposta a 5 Stelle.

Per quanto riguarda Silvio Berlusconi, colui che voleva portare la «rivoluzione liberale» in Italia, abbiamo ancor più confusione. Il 22 dicembre 2016 l’ex Cavaliere sentenziava: «Con i 5 Stelle sono d’accordo sul reddito di cittadinanza», mentre un anno dopo (28 dicembre 2017) eccolo lanciare il «reddito di dignità»: altro che i 780 euro del reddito di cittadinanza pentastellato, «sotto la soglia di mille euro di reddito al mese non soltanto non si dovrà pagare nessuna tassa, ma sarà lo Stato a versare una somma per integrare per arrivare ai livelli di dignità garantita da Istat».
Passano i mesi e Berlusconi cambia idea: «Con il reddito di cittadinanza esplode il bilancio dello Stato», è un «disastro per il Paese» (4 ottobre 2018); mentre il giorno dopo sentenzia: «è una barzelletta, una bufala, è una presa in giro per gli italiani».

Il punto è semplice: il reddito di cittadinanza può piacere o non piacere, però è un provvedimento che va analizzato con onestà intellettuale e obiettività. Senza cambiare idea quando conviene e soprattutto attaccando una proposta solo in virtù di chi ne è l’autore. Se le cosiddette «opposizioni» sono queste, il governo Conte può dormire sogni sereni: vivrà altri cent’anni. Questo è il vero rischio per la democrazia: l’appiattimento e la morte dell’opposizione. E la colpa non è di chi sta al governo.

Tito Borsa

Giornalista praticante. Autore di Un silenzio italiano (Cleup, 2017), studio alla Scuola di Giornalismo della Luiss a Roma. Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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