Babbo Di Maio come i papà di Renzi e Boschi?

È inutile: Matteo Renzi e Maria Elena Boschi non riescono a stare zitti e a non parlare a sproposito. Ora che le Iene hanno tirato fuori dal cilindro dei casi di lavoro nero nell’azienda di famiglia di Di Maio, l’ex premier e l’ex ministra sono subito scattati in piedi: la vicenda è analoga a quella dei nostri padri, però noi siamo dei signori e non diremo a Di Maio ciò che Di Maio ha detto a noi.

Il vulnus di questo ragionamento è evidente e sta alla base: la storia di papà Boschi e Banca Etruria e quella di babbo Tiziano Renzi hanno una differenza sostanziale, sono accadute quando i figli rivestivano già incarichi pubblici. Il fatto che nel 2010 l’azienda del padre di Di Maio avesse tre operai in nero quando il figlio non si sognava neppure di diventare parlamentare e poi ministro, non significa nulla.
Le colpe dei padri ricadono sui figli quando entrano in collisione con gli incarichi politici che i figli ricoprono: la posizione di Tiziano Renzi (per cui è stata chiesta l’archiviazione) nello scandalo Consip toccava il figlio presidente del Consiglio, anche se non dal punto di vista penale; mentre papà Boschi e Banca Etruria entravano in contatto con Maria Elena che faceva parte dell’esecutivo che doveva decidere sul futuro di quella banca.

Sono cose diverse. Molto diverse. La situazione cambierebbe se l’azienda, che ora appartiene a Luigi Di Maio e alla sorella Rosalba, oggi avesse degli operai in nero, visto che di quel reato il ministro sarebbe quanto meno politicamente responsabile: come puoi predicare onestà se poi non la applichi alla tua azienda? Le cose, almeno per ora, non stanno così.

Chi scrive si associa all’appello lanciato da Marco Lillo sul Fatto di ieri: Di Maio dovrebbe (per il suo bene politico) lasciare la sua quota di quella società. Non perché abbia compiuto qualche illecito, ma la gestione un po’ facilona del padre – a cui faceva riferimento l’Ardima, dalle cui ceneri è nata la Ardima srl di Luigi e Rosalba – potrebbe potenzialmente mettere nuovamente in difficoltà il capo politico dei 5 Stelle. È semplice.

Tito Borsa

Giornalista praticante. Autore di Un silenzio italiano (Cleup, 2017), studio alla Scuola di Giornalismo della Luiss a Roma. Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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