Silvia è l’alibi per giustificare l’indifferenza

Da qualche giorno la cronaca estera si è concentrata sulla giovanissima milanese Silvia Romano, cooperante dell’Africa Milele Onlus in Kenya.
Silvia è una ragazza di 23 anni, laureata alla scuola superiore per mediatori linguistici del Ciels di Padova con indirizzo in Sicurezza e Difesa Sociale. Altro di Silvia non sappiamo, non conosciamo le sue idee politiche, le sue manie, i suoi vizi, i suoi pregi e i suoi difetti. Non conosciamo nulla. Eppure di lei hanno parlato in tanti, che fosse dall’alto di un profilo Facebook comune, ai giornali o alla televisione, in troppi hanno sentito il bisogno di sentenziare e sproloquiare qualcosa.

I sermoni e i verdetti sono sempre gli stessi, sempre così banali, così vuoti : «Chi glielo ha fatto fare?», «Se l’è cercata», «Sono i nostri quelli da aiutare», «Adesso sono cavoli suoi», «Paga la sua imprudenza« »,ecc.
A Silvia nessuno «glielo ha fatto fare». Non sappiamo cosa abbia spinto questa giovanissima ragazza a fare volontariato in Africa. Il volontariato è qualcosa che nasce dentro, un impulso. A volte non capisci perché, ma senti che devi farlo e chi non ha mai fatto un’ora di volontariato nella sua vita non può capirlo. A volte fare volontariato è puro egoismo, ma questo è un altro discorso.

Silvia ha deciso di partire e di dare il proprio contributo per qualcosa, forse un’idea o forse solo per quei bambini con cui ha scattato qualche foto. Resta il fatto che Silvia, con la sana spregiudicatezza di una ragazza di vent’anni, ha scelto questo. La scelta di un’esperienza diversa, poco comune. Silvia non è stata imprudente, non è andata via da sola. È andata in Kenya con una ONLUS, inserita all’interno di un progetto studiato e mirato. Sì, è vero, il Kenya è pericoloso, ma non si è recata nelle zone rosse, quelle al confine con la Somalia o vicino all’Etiopia.

Per i tanti giustizieri del web da bar, e non solo, Silvia doveva fare come tutte le ragazze della sua età: studio, lavoro, magari discoteca, magari qualche libro, un po’ di sport, un po’ di musica e un po’ di noia. È proprio questo uscire dalla quotidianità che non viene compreso. La scelta di interrompere una vita ovattata, già scritta, per intraprendere un binario tortuoso, insicuro, ma autentico.
Si ha paura di ciò che non si conosce, di chi è diverso e di chi fa qualcosa di diverso. E Silvia ha intrapreso una strada sconosciuta, diversa e ha fatto qualcosa di differente. Qualcosa di bellissimo.

Forse i commenti e i tanti giudizi sono frutto dell’invidia. L’invidia di vedere che c’è qualcuno che non si arrende nella ricerca di sé stesso, che c’è ancora qualcuno nelle nuove generazioni che crede di poter scrivere qualche bella pagina per la propria esistenza, anziché essere scritto e sovrascritto da qualcos’altro. Silvia Romano è l’alibi per giustificare l’indifferenza. A chi la condanna per essersi messa in pericolo, si può rispondere che lei ha preferito il rischio disinteressato alla mediocrità e alla certezza del calcolo matematico.

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