Gilet gialli: il fine è il cambiamento, il mezzo è il dialogo

«Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero ministro dell’Interno. In primo luogo, lasciar perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito. Gli universitari, invece, lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e dei carabinieri, perché le forze dell’ordine non dovrebbero aver pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano».

Raccolte il 23 ottobre del 2008 da Andrea Cangini (Quotidiano Nazionale), queste sono le parole del defunto Francesco Cossiga, il democristiano alla direzione del Ministero degli Interni dal febbraio del ‘76 al maggio del ‘78, mese della misteriosa uccisione di Aldo Moro, cuore degli Anni di Piombo, quando l’azione delle Brigate Rosse e la presenza di Gladio attentavano al pudore della politica italiana. Occasione propizia per la fuga di tanta schiettezza si rivelarono i disseminati cortei studenteschi, che, nell’autunno del 2008, sull’onda della protesta alla Riforma Gelmini, servirono da test per il temerario uso dell’autorità repressiva e illiberale dell’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Per prepararsi agli scontri, salutati dal centrodestra berlusconiano come campo di battaglia ove saggiare la ribellione studentesca, la diligenza delle forze dell’ordine, il governo scelse di intervenire dispiegando la polizia nelle piazze, contro ogni forma di dissenso, contro ogni tentativo di occupazione.

Oggi, alla vigilia di un sabato parigino che vuol continuare la dura contestazione al governo Macron, se il 68% della società civile francese si dichiara, second o ilsondaggio dell’istituto Opinion Way per la tv LCI, favorevole alla mobilitazione dei gilet gialli, lo status quo dichiara la presenza di 89mila forze di polizia impegnate sul territorio nazionale, pronte ad adoperare anche veicoli blindati, pur di «neutralizzare la minaccia», obiettivo primario del primo ministro Edourde Philippe. La stampa internazionale, vicina a proclamare la caduta di Macron, grida, pertanto, al terrorismo, mentre Le Figaro, il più longevo dei quotidiani francesi, denuncia, grazie ad affidabili fonti dell’Eliseo, il possibile germogliare di un violento colpo di stato.

Così, sotto un ingiustificato clima di guerra, i 151 liceali di Mantes-la-Jolie, allineati con le mani alla testa, inginocchiati sul fango, ammanettati e consegnati al mormorio dell’opinione pubblica, divengono miccia da cui divampano le critiche dell’opposizione, la quale approfitta, a sua volta, delle turbolenze, segnala l’illiberalità, l’inaccettabile clima di dittatura militare in cui è piombata la Repubblica diretta dal regime, ma viene prontamente incalzata dalla replica del ministro dell’Istruzione Jean-Michel Blanquer, che commenta: «Bisogna fare attenzione al contesto: persone estranee al liceo, spesso oltre i vent’anni, sono riuscite a coinvolgere qualche liceale, hanno rubato delle bombole a gas e attaccato le forze dell’ordine».  Emmanuel Macron, confortato dalle personalità più vicine, nel giorno più travagliato del suo mandato presidenziale, siede silente nel suo riversato cantuccio , mentre le escalation di violenza non cessano di allontanare il decoro dalle boulevard parigine: saccheggi, guerriglia, incendi e pestaggi. 

Non sono questi gli ingredienti della perfetta ricetta invocata e attuata da Cossiga? Forse si articola dinanzi ai nostri occhi una dilagante involuzione della rispettabile protesta verso i confini della più rinnegabile illegalità? O questo è il ritratto narrato e concretamente realizzato da chi intende annichilire i temi della lotta?
Sia questo il frutto di una meditata opera di delegittimazione e denigrazione, o, con minor avventata probabilità, il semplice scudo di difesa per i vestali dell’ establishment refrattario all’ascolto di una classe media agonizzante, i leader del movimento aprono ad una condotta moderata.

Il socialismo francese, aspirando a infierire il colpaccio, mira a prestare il fianco alla rivolta, ma i gilet gialli si fanno da sé. Il percorso tracciato perviene alla trattativa, al parlamentarismo dialogante e misurato, mentre rinnegata è ogni traccia di radicalismo. Cedric Guemy, il cinquantenne dirigente di un’impresa di trasporti, colto dalle deviazioni brutali della contestazione, confessa prontamente: «Penso che finiremo come il Movimento 5 Stelle in Italia». E Benjamin Cauchy, portavoce dei «liberi», invitando al buon senso, prega che i francesi non cadano nelle trappole della violenza.
Annullamento della tassa sul carburante, apertura di un negoziato sul potere di acquisto e aumento del salario minimo rappresentano gli obiettivi lanciati dai manifestanti, ma sul selciato, a separare dal successo i guerrieri cauti è la facinorosità degli ingenui. La chiave della vittoria risiede nel disertare la strada, nell’inseguire le elezioni.

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