Ordine

 

  1. La ragazza che ho hackerato si chiama Alessandra C. e ha 23 anni. Risulta iscritta alla facoltà di giurisprudenza della più nota e «chiacchierata» Università privata della Capitale;

  2. Alessandra C. è figlia di Sergio C. Questi è un noto politico di sinistra che dopo anni di Parlamento, nel ruolo di comparsa, ha deciso di spendere l’ultima parte della sua carriera politica per la città;

  3. Sergio C. è persona onesta. Una persona onesta che si è trovata costretta a calpestare tutti i valori in cui crede. Questo è avvenuto per le cattive frequentazioni della figlia e per il suo dissoluto stile di vita;

  4. Infatti; Alessandra C. ha scelto di usare il suo corpo per usare gli altri e raggiungere i suoi obiettivi. Fino a che non hanno iniziato ad usare lei per colpire suo padre;

  5. Sergio C. è stato, per diverse legislature, membro della Commissione antimafia. In ragione di questo ruolo serbava segreti ma, soprattutto, si era fatto dei nemici;

  6. S. N. era l’ambasciatore di Cosa Nostra a Roma. Coltivava da anni il desiderio di vendetta nei confronti di Sergio C. in quanto quest’ultimo, con la propria iniziativa politica, aveva provocato ingenti danni strategici ed economici alla cosca che guidava.

Mi ero convinto che le nostre azioni avevano favorito una ritorsione di stampo mafioso e provavo disgusto per me stesso. Avevo contribuito a distruggere una famiglia composta da persone che, al mio contrario, si trovavano dalla parte giusta? Volevo scappare, chiedere perdono ad Alessandra, progettavo di costituirmi ma ero giunto a conclusioni affrettate. Pubblicamente, si era diffusa la notizia che Alessandra C. si prostituiva e che Sergio C., per tale motivo, fosse vittima di un irresistibile ricatto promosso da Cosa Nostra. Come spesso accade, però, quella storia era un tantino più complessa. E’ stata Greta, al suo ritorno, come la luce del sole che fende la nebbia, a farmi partecipe della complessità. Ho sentito la chiave che apriva la porta di quello che, ormai, era divenuto il mio rifugio. Stavo per precipitarmi su di lei per gridarle tutto quanto stavo elaborando. Greta non mi ha concesso un instante. Mi ha stretto forte a sé, fino a farmi mancare il respiro. Qualsiasi cosa fosse accaduta, in quel momento avevo solo l’istinto di aiutarla. Doveva scrollarsi di dosso un macigno. Ho ricambiato l’abbraccio e, nel mentre, le carezzavo la schiena e la testa. Le mie cure stavano facendo effetto. Sentivo il suo respiro e il suo battito cardiaco tornare lentamente ad un fisiologico ritmo. Poco dopo Greta ha iniziato a raccontarmi tutto quel che non conoscevo:

«Mi e ci era stata affidata una missione e tu sei stato bravissimo. Dovevo salvare la vita di Sergio C. Se non fossimo intervenuti sarebbe stato assassinato. C’erano due alternative: a) il nostro Comando Genarale entrava in possesso dell’Archivio della Commissione Antimafia per disarticolare l’organizzazione di S. N.; b) distruggere l’immagine di Sergio C. e della sua famiglia per renderlo inoffensivo agli occhi della mafia. Non sono stata persuasiva e la tua azione era funzionale al compimento dell’ipotesi b)».

Dettomi ciò Greta è andata a farsi la doccia, nel tentativo di lavare via il senso di colpa da cui era gravata. Io, invece, ho capito che, hackerando Alessandra C., non ho buttato un sasso nello stagno generando delle onde, bensì navigavo in mezzo all’Oceano al principio di una tempesta.

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