Il linguaggio: capacità innata o acquisita?

Il nostro è un mondo di linguaggio. La capacità di comunicare ha sicuramente costituito per l’uomo uno dei maggiori vantaggi evolutivi sulle altre specie. La comunità scientifica si chiede da molti anni se il linguaggio sia una capacità innata, cioè geneticamente determinata, o acquisita. È ovvio che ogni individuo impara la lingua a cui è esposto nei primi anni di vita, dunque in questo senso il linguaggio è acquisito sulla base dell’esperienza. Tuttavia, numerose prove scientifiche dimostrano che le strutture basilari del linguaggio sono programmate nel cervello umano già dalla nascita. Il primo ad avanzare tale ipotesi fu Noam Chomsky negli anni Sessanta con la teoria della «grammatica universale», ma al giorno d’oggi esistono importanti dati che possono scientificamente confermare tale ipotesi.

È fondamentale notare che il linguaggio è caratterizzato dal fenomeno della dominanza emisferica: ciò significa che uno solo dei due emisferi è responsabile di una specifica funzione, di cui l’altro non si occupa affatto. Solitamente, è l’emisfero sinistro del cervello a decodificare i simboli e contenere i centri del linguaggio. In particolare, la sede di questa capacità è il planum temporale (zona di confine tra lobo occipitale, temporale e parietale): già alla trentunesima settimana di gestazione, senza alcuna diretta esperienza linguistica, questa regione mostra uno sviluppo asimmetrico, maggiore nell’emisfero che sarà dominante.

Un’altra prova della predisposizione genetica è la capacità dei neonati di discriminare certi suoni già dalla nascita. Una ricerca del 2014 (Gomez et al., «Language universals at birth», PNAS) ha dimostrato che bambini tra i due e i cinque giorni di vita sono in grado non solo di distinguere sillabe diverse, ma anche di preferire quelle che suonano meglio. Per esempio, tra le sillabe «blif», «bdif» e «lbif» è universalmente chiaro agli adulti che «blif» suona meglio; gli studiosi hanno monitorato l’attività cerebrale dei neonati mentre ascoltavano una serie di combinazioni simili. È emerso che essi sono in grado di distinguere sillabe regolari da quelle con un suono più strano; in più risultati hanno evidenziato una preferenza per le sillabe convenzionali.

Un dato apparentemente banale, ma cruciale permette di confermare ulteriormente l’ipotesi della predisposizione genetica: la sequenza temporale nello sviluppo linguistico è sempre uguale per qualsiasi idioma. A circa un anno il bambino sa dire una sola parola, poi a un anno e mezzo conosce circa 50 parole ma non riesce a comporre frasi, mentre a due anni impara la sintassi. Infine, a quattro anni un bambino sa in media tremila parole ed è in grado di esprimere tutti i suoi pensieri. Esiste successivamente un periodo critico, fino ai 12-15 anni, in cui una lesione dei centri del linguaggio causa lo spostamento della funzione linguistica nell’altro emisfero.

Infine, lo studio delle differenze tra uomo e scimmie antropomorfe ha fornito motivazioni ancora più convincenti. In passato si riteneva che le scimmie non parlassero a causa di una carenza nei muscoli fonatori, quindi si tentò di insegnare loro un linguaggio visivo che richiedesse solo la decodifica dei simboli e non l’articolazione delle parole. Ben presto ci si rese conto che le scimmie antropomorfe non possono imparare un linguaggio perché sono geneticamente carenti delle aree per il linguaggio. In particolare, a quattro anni una scimmia riesce a imparare 160 simboli (numero ben lontano dalle tremila parole di un coetaneo umano). Inoltre la scimmia non ha la semantica, cioè non riesce ad abbinare un concetto a un determinato simbolo, funzione in cui l’uomo è invece molto plastico.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Shares