De André ha sempre avuto bisogno di capire il mondo

Nella notte dell’ 11 Gennaio 1999, all’Istituto dei tumori di Milano, morì Fabrizio De André.
Una morte prematura, a soli 58 anni, per colpa di quella malattia che definì «bestia educata»; una scomparsa violenta per tutti coloro che hanno vissuto la vita intrecciata alle sue parole dolci, profonde, sensibili.

In un’intervista del Febbraio 1991 disse che dopo avere frequentato i circoli anarchici di Genova e Carrara nella sua vita non ha mai trovato niente di meglio dal punto di vista sociale e morale. In fondo è sempre stato questo De André: un anarchico, un utopista e sempre in direzione ostinata e contraria.
Faber non amava le interviste che, infatti, sono così esigue da risultare quasi materiale pregiato. La sua timidezza e la paura di essere invadente lo hanno tenuto lontano dai mass media; ha scelto per tutta la sua vita di esprimersi tramite le canzoni, che scriveva sempre quando voleva lui e solo se aveva qualcosa da dire.

De André ha sempre avuto il bisogno di capire il mondo, una ricerca incessante nella terra degli emarginati, degli esclusi, degli ultimi, delle puttane. Una lotta continua contro il potere e i suoi privilegi. La scelta di schierarsi contro la guerra sempre, non soltanto con «La guerra di Piero» ma anche con la meno famosa «Sidùn» del 1984. Faber è stato questo e tanto altro, ha interpretato il suo tempo e ci ha regalato una sua visione delle mondo.

Nel Novembre del 1970 esce il concept album «La buona novella», una revisione dei vangeli apocrifi. Inizialmente le critiche sono feroci e De André viene accusato di avere fatto un disco anacronistico, fuori dal tempo e dalle lotte. Sarà poi il cantautore stesso a definire la sua opera come un’ allegori. Infatti non è da intendersi semplicemente come la storia di Gesù, ma è l’interpretazione delle idee del movimento sessantottino.
Ne «Il testamento di Tito» c’è appieno la visione anarchica che Faber aveva del mondo; infatti il protagonista della canzone è il ladro buono Tito, crocifisso insieme a Cristo, che sconfessa uno ad uno tutti i dieci comandamenti. Semplicemente un capolavoro.

Di concept album il cantautore genovese ne ha scritti diversi, da «Tutti morimmo a stento» del 1968 passando a «Storia di un impiegato» del 1970, ma un album che ha lasciato un segno indelebile nella musica italiana è sicuramente «Crêuza de mä» del 1984: disco di una bellezza inaudita, nel quale Faber racconta il mediterraneo inserendo musica e strumenti etnici (zarb, oud, saz, mandolino, bouzouki) e, soprattutto, utilizzando come lingua il genovese antico. La bellezza e l’erotismo di Jamin-a («lupa di pelle scura»), capace di fare l’amore con i marinai nella maniera più travolgente.
Dopo sei anni di silenzio e di ritiro in Sardegna esce un album di inediti «Le nuvole», con al suo interno «La Domenica delle Salme», con la descrizione nuda e cruda della società italiana di fine anni ’80.
«Anime Salve» è il suo ultimo prodotto nel 1996, un disco incentrato sulla libertà e sulla libertà di assomigliare a sé stessi. Con «smisurata preghiera», l’ultima canzone dell’album, c’è tutto Fabrizio in tutto il suo spirito anarchico, con un grido contro le leggi imposte dalla società e dai potenti. Sembrava quasi che sapesse che sarebbe stato il suo ultimo album.

A vent’anni dalla morte si può dire che De André abbia segnato un’epoca della musica italiana. Le sue canzoni sono e rimangono un solco indelebile, scritte da un uomo sempre libero, umile e spesso fragile.
Vent’anni fa non è scomparso un cantautore, ma un punto di riferimento e, in qualche modo, ci ha lasciato tutti un po’ più soli.

Enrico Righini

Emiliano, nato nel 1993, con un occhio di riguardo per gli ultimi di questo mondo e la musica di Fabrizio De André nel cuore.

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