Da Roma a Settebagni in 150 minuti. Una storia vera

Roma, gennaio 2019. Un povero giornalista praticante per una serie di motivi un pomeriggio deve andare a Settebagni. Per chi non lo sapesse, significa muoversi dal centro di Roma per andare a Nord, in direzione Orte, tanto per capirsi. Chi scrive doveva arrivarci con i mezzi pubblici ma non è così complicato: Metro B fino a Tiburtina, poi una ventina di minuti in treno. Nient’altro. 

Esco di casa alle 17:30. La persona con cui avevo appuntamento mi aspettava alle 18:30. In una ventina di minuti arrivo alla stazione di Tiburtina. A quel punto, inizia l’inferno. A parte la biglietteria automatica che non mi accettava i soldi, vedo intorno al binario 1 una folla in attesa. Il tabellone era fin troppo chiaro: i treni da e per Orte o Viterbo avevano dei ritardi spaventosi che crescevano minuto dopo minuto. Erano le 17:50. Aspetto pazientemente finché non riesco a salire su un treno diretto a Fara Sabina che arriva, con un’oretta di ritardo, alle 18:30. A quanto mi è stato detto, un traliccio della ferrovia tra Roma Ostiense e Roma Tuscolana era stato colpito da un fulmine. Che fortuna, insomma!

Il treno, com’è ovvio, è pieno. Riesco a ritagliarmi un po’ di spazio, mi armo di tanta pazienza e parto.
Dopo poco siamo a Roma Nomentana. Sono le 18:40 e va tutto (relativamente) bene. Poi c’è la stazione Nuovo Salario ed è l’ultima prima del disastro. 

Tra Nuovo Salario e Fidene a un certo punto il treno frena bruscamente. Nel vagone dove mi trovavo arriva il capotreno, tutt’altro che tranquillo, a chiedere chi fosse stato a tirare il freno di emergenza. Io e i miei compagni di sventura ci guardiamo perplessi. Qualcuno inizia a brontolare. Mortacci sua, ‘sto cojone che s’attacca al freno, tanto per riprendere una delle tante frasi tranquille ed educate sentite in quei momenti.
Il capotreno si fa largo tra la folla per cercare di capire che cosa sia successo. «Non possiamo ripartire: se qualcuno sta male dobbiamo soccorrerlo, se invece è un idiota bisogna multarlo». Passano i minuti ma nessuna novità. Sono le 19 passate. Tra una cosa e l’altra rimaniamo fermi venti minuti.
Che cosa sia effettivamente successo non ve lo so dire, fatto sta che a un certo punto il capotreno riappare e ripartiamo. Prossima fermata Fidene. 

Arriviamo in stazione che sono forse le 19:20. Io sono in ritardo di 50 minuti. Mortificato, mi tengo in stretto contatto telefonico con la persona che mi aspetta. Manca una fermata. Ormai è fatta, mi illudo. Dopo un po’ che siamo fermi a Fidene con le porte aperte e una pioggia torrenziale che non esitava a placarsi arriva il capotreno: «Una persona sta male, dobbiamo aspettare l’ambulanza. Qui le cose andranno per le lunghe, se volete prendere una boccata d’aria uscite pure».
Rimaniamo fermi circa 45 minuti. Nel frattempo qualcuno offre uno snack a chi ha fame, qualcun altro mette a disposizione il cellulare per chi deve avvisare i parenti ma gli si è scaricata la batteria. La solidarietà di fronte a un disagio che si sta ingigantendo ogni minuto che passa.
«Non vorrei dire, ma non mi sembra che nessuno si sia preoccupato di come sta quello che hanno soccorso», commenta maliziosa una signora al mio fianco. 

Alla fine ripartiamo poco prima che arrivi l’ambulanza. Ci sono tre o quattro treni in attesa dietro di noi e non possiamo intasare ulteriormente la linea. Sono da poco passate le 20. Dopo qualche minuto, forse alle 20:15, arrivo a Settebagni, illudendomi che la mia avventura sia finita. Si tratta di circa 2 ore e mezza di ritardo per un tragitto di venti minuti. Neanche nel peggiore incubo del pendolare si arriva a questo. 

Un paio d’ore dopo sono di nuovo a Settebagni ad aspettare il treno per Roma Ostiense. Il disagio dovuto a quel traliccio ormai è solo un brutto ricordo e mi trovo in una stazione deserta e buia ad attendere. Il tabellone segna dieci minuti di ritardo che, visto com’è andato il viaggio d’andata, mi sembrano un sollievo. Il treno viene annunciato e mi aspetto di vederlo arrivare ma, girandomi verso il tabellone del binario, mi accorgo che improvvisamente quel rassicurante «Roma Ostiense» è scomparso.
Entro un po’ nel panico. E ora come torno a casa? Vedo che dalle scale del sottopassaggio stanno salendo due persone e corro verso di loro: «Ma il treno per Ostiense?». La risposta è la peggiore che potessi ricevere: «È guasto, l’hanno soppresso. Fino a domani si può prendere soltanto l’autobus». Sono incredulo ma rassegnato e scendo i gradini per andare ad aspettare un autobus che chissà quando sarebbe arrivato.
Grazie al cielo, però, ho un udito sensibile. Mentre mi trovo nel sottopassaggio sento che un treno è effettivamente arrivato. Corro disperatamente su per le scale verso il binario e – miracolo – mi trovo davanti un’apparizione: «Roma Ostiense» è ancora lì. Posso partire, maledicendo quei simpaticoni e la loro storiella del treno guasto. In venti minuti sono a Tiburtina, poco dopo sono a casa. 

Una storia incredibile in cui è difficile dare la colpa a qualcuno: al maltempo? A Trenitalia? Al tizio del freno di emergenza? A quello che stava male? A quelli del treno guasto? Sono discorsi che non hanno senso. Ho passato una serata surreale immerso nei disagi che i pendolari, come si leggeva nei loro volti rassegnati, vivono quotidianamente. Un insegnamento però mi è arrivato: Se un fulmine colpisce un traliccio e tutti i treni sono in ritardo di un’ora, se puoi tornatene a casa

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di Un silenzio italiano (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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