Ripulire dai rifiuti non basta, ne si abbatta la produzione

Ormai è da anni che in tutte le sedi universitarie, nelle strutture lavorative e persino nelle stazioni ferroviarie ai classici cestini senza classificazione sono stati sostituiti appositi contenitori per la raccolta differenziata. La legislazione riguardo il riutilizzo e la divisione dei rifiuti ha avuto varie modifiche e aggiornamenti dal primo documento sulla materia, la legge 366 del 1941, fino ad arrivare al Dlgs. 152/2006 (Testo Unico sull’Ambiente). 318 articoli, 45 allegati e tutto lo scibile su bonifiche, emissioni atmosferiche, classi di rifiuti e danni ambientali. Il sunto, senza indagare i particolari tecnici, è un approccio per gradi: prima di tutto si parla di prevenzione della produzione di rifiuti nei diversi settori, che riguarda il passaggio da strumenti usa e getta a quelli riutilizzabili o alla modifica delle fasi di lavoro.

Se ciò non basta, si passa all’individuazione del tipo di rifiuto definendo le categorie con liste di riferimento, per poi passare al percorso che gli scarti subiscono una volta affidati alle industrie competenti. Per vetro, carta e umido il dovere del cittadino, depositato il gioco rotto a metà, la vaschetta dell’insalata o il tappo della penna nell’apposito cestino, è terminato. Subentra qui l’organo istituito dal decreto Ronchi del 1997 poi inglobato nel già citato 152/2006: il CO(nsorzio)RE(cupero)PLA(stica). Come gli altri 5 maggiori consorzi che gestiscono il riciclo dei rifiuti, è coordinato da CONAI(Consorzio Nazionale Imballaggi), cui sono tenuti ad aderire produttori e utilizzatori di imballaggi pena pesanti sanzioni pecuniarie. Tutti gli aderenti si impegnano a versare al consorzio un contributo ambientale per coprire gli interventi di riciclaggio e raccolta differenziata di cui esso si fa carico; quote e doveri variano a seconda che l’azienda produca o acquisti imballaggi. Per concentrarci sui polimeri sintetici, dal primo gennaio 2018 CONAI ha tentato di incentivare l’utilizzo e la progettazione di materiale riciclabile per il confezionamento delle merci, abbassando il contributo ambientale da versare per le plastiche di fascia A e B, che consentono recupero del materiale. L’utilizzo di imballaggi di fascia C, che non comprende plastiche riutilizzabili, comporta un contributo da versare molto più ingente, ma si parla solo, si noti, di confezioni.

Una leggera rassicurazione arriva da un primo sguardo alla lista ufficiale: sono comprese le posate monouso e le bottiglie, persino, ironico visto quanto poco siano considerate, le pellicole protettive dei telefoni, ma un giro rapido al supermercato o in cartoleria basta a rammentare quanto sia rimasto escluso: i giochi, le penne, parti di apparecchi elettronici. Quale sarà il loro destino dunque? Fino al 2017 la maggior parte dei rifiuti esclusi dalla rete di recupero degli imballaggi veniva esportata in Cina, ma questo da un anno non è più possibile.

La risposta alternativa la fornisce il sito dell’Ispra attraverso l’acronimo CSS, combustibile soldo secondario. Più nello specifico, dato che la categoria comprende anche matrici cartacee, si parla di carbone di plastica, un combustibile di cui in Europa si fa uso nei cementifici. Quando non è possibile il recupero di materia, tramite riciclaggio, si passa al recupero energetico sotto forma di calore. Dalla combustione, però, oltre che calore, si sviluppano resti volatili, fumi densi che si riversano nell’atmosfera, non dissimili da quelli degli inceneritori, primi destinatari delle materie plastiche non incluse fra gli imballaggi. La prima componente di queste esalazioni sono le diossine: cause di cancro se inalate o ingerite, depositandosi al suolo si mescolano alla materia organica e non degradano prima di anni. Ripulire dai rifiuti non basta, si accumulano e l’alternativa di usarli per alimentare i forni industriali procura altri danni: diminuire la produzione e il consumo per quanto possibile è l’unica strada. Come suggerisce la legge parlando di prevenzione, in fondo.

Nausicaa Tecchio

Laureata in Biologia all'Università di Padova, mi occupo di didattica ambientale al WWF. Attualmente studio per la magistrale.

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