Movimento 5 Salme: come uccidere una forza politica

Ieri, 18 febbraio 2019, è improvvisamente mancato all’affetto dei suoi cari il Movimento 5 Stelle. Ne annunciano la scomparsa gli amici e anche i tanti che, pur non appoggiandolo, pensavano che potesse davvero portare un’ondata di freschezza in una scena politica stantia.
In pochi giorni i pentastellati hanno distrutto il lavoro di anni, quello stesso lavoro che li ha resi il primo partito italiano e ha permesso loro di diventare il primo partito italiano. Ci hanno pensato prima i vertici e poi gli iscritti alla piattaforma Rousseau, che da cittadini esigenti e affamati di onestà, di legalità e di uguaglianza si sono trasformati nei peggiori berlusconiani degli anni d’oro dell’ex Cavaliere.

Il voto sulla piattaforma di democrazia diretta era di per sé già demenziale. Utilizzato finora per questioni politiche, di principio o per l’elezione dei candidati, Rousseau è diventato mezzo di deresponsabilizzazione su una questione tecnica e assolutamente non politica. Salvini doveva andare a processo, sì o no? La risposta era una e una sola: sì. Nella decisione di tenere bordo della Diciotti per 5 giorni i migranti c’era un «interesse dello Stato costituzionalmente rilevante»? No. Basta ovviamente aver letto la Costituzione per non trovare nulla di tutto ciò. Anzi, due trattati internazionali (firmati anche dall’Italia) ci imponevano di farli scendere.
C’era un «preminente interesse pubblico»? In altre parole, non si poteva fare altrimenti? Anche in questo caso la risposta è negativa: se la linea politica del governo era il braccio di ferro con l’Europa, non cambiava nulla se i migranti fossero stati tenuti sulla Diciotti un giorno oppure 4, 5 o 7.

A calare nella terra la bara del Movimento ci hanno pensato gli attivisti. Anche se, almeno loro, avevano un alibi: sono stati bersagliati per giorni dalle più berlusconiane delle ragioni per evitare il processo a Salvini. È abbastanza normale che, a fronte di molti che hanno votato Sì (per dire no all’autorizzazione) per convinzione, in tanti – per mancanza di tempo e di mezzi giuridici hanno espresso un’opinione che non era la loro. E che non dovrebbe essere nemmeno quella del M5S per come è nato e si è sviluppato e per come è diventato la prima forza politica italiana.

Abbiamo letto di «magistrati politicizzati», di «processo al governo», frasi che non sentivamo da quando a pronunciarle era Silvio Berlusconi. L’uomo che Luigi Di Maio non ha mai voluto incontrare, motivando questa decisione con la distanza siderale che dovrebbe separare l’uomo di Arcore dal M5S. Invece ecco qui i cari 5 Stelle, che in giunta e in Senato si troveranno a votare con Forza Italia, regalando consenso a un Pd moribondo che però in questo caso riesce a uscire vincitore dalla questione Diciotti.

Chi scrive non è mai stato un estimatore del Movimento, se non per le lotte per la legalità – che non è l’«onestà!» tanto sbeffeggiata – e per l’uguaglianza di fronte alla legge, ma adesso anche questo punto di contatto è svanito. Per sempre.
Quando i vertici dei 5 Stelle si accorgeranno della follia fatta sarà già troppo tardi. Il punto non è il verdetto dato dagli attivisti: questa votazione non s’aveva da fare. Ma prima poi Di Maio & Co. capiranno di essersi compromessi per sempre si adegueranno allo stile dei politici italiani, che negano tutto e guardano avanti, confidando nella cattiva memoria degli elettori. Ma ci auguriamo che questi presunti leader a 5 Stelle, nella solitudine del gabinetto, guardandosi allo specchio arrossiscano un pochino per la vergogna.

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di "L'Affaire Somalia. Romanzo di una strage" (2020) e di "Un silenzio italiano" (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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