L’assurdità di osteggiare gli italiani che combattono l’Isis in Siria

Si chiamano Davide Grasso, Maria Edgarda Marcucci, Jacopo Bindi, Fabrizio Maniero e Paolo Andolina e sono finiti davanti ai giudici del Tribunale di Torino perché (a parte Bindi che ha fatto il volontario in una struttura civile in Siria) sono andati a combattere contro l’Isis con le milizie curde delle Unità di protezione del popolo (Ypg) e con le Unità di protezione delle donne (Ypg). Grasso, Marcucci e Bindi sono vicini al centro sociale torinese Askatasuna, mentre Maniero e Andolina sono due anarchici.

Non hanno compiuto nessun reato, però potrebbero essere ritenuti socialmente pericolosi e quindi meritevoli di sorveglianza speciale: secondo la Procura «offendono e mettono in pericolo la sicurezza e l’incolumità pubblica» e, manifestando contro il Tav, le politiche migratorie o avversari politici ai tempi dell’università, «si sono resi responsabili di condotte violente nei confronti delle forze dell’ordine».

Questo perché non c’è differenza, per la legge italiana, tra andare a combattere con l’Isis e andare a combatterlo. Ed è ovviamente un’assurdità. Cinque persone che potevano benissimo starsene a casa loro (per citare qualcuno) hanno deciso di mettere a repentaglio la loro vita per dare un contributo a favore della democrazia e contro il terrorismo. C’è sempre uno scarto tra legge e giustizia, ma questa volta sembra davvero che corrano su due binari paralleli senza alcuna possibilità di incontrarsi. Cinque persone che meriterebbero di essere lasciate in pace (per non dire che meriterebbero un ringraziamento collettivo per quello che hanno fatto) rischiano di diventare sorvegliati speciali, non potendo per esempio uscire di casa se non in determinati orari, detenere o portare armi o incontrare abitualmente pregiudicati. Combattere per la libertà e avere, come conseguenza, una privazione della propria libertà. Il non-sense è servito.

Siamo di fronte a uno di quei casi in cui un dibattimento è coerente alla legge, ma la legge non è giusta. Dovrebbe intervenire quindi il legislatore, rendendo sensata una norma che non lo è, un articolo del codice penale che non distingue tra chi va in Siria a combattere per la democrazia e chi ci va per appoggiare il terrorismo. In un periodo in cui mettere in gioco la propria vita è diventata cosa rara, chi lo fa è una pecora nera che va ringraziata, non combattuta.

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di "L'Affaire Somalia. Romanzo di una strage" (2020) e di "Un silenzio italiano" (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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