Caro Salvini, una lettura attuale del 25 aprile

Ieri era il 25 aprile e, checché ne dica il cosiddetto Ministro dell’Interno Matteo Salvini, la Liberazione è ancora qualcosa di importante, nonostante i decenni che sono passati. La cosa curiosa è che a dimenticarsi il valore della nascita della Repubblica sono anche coloro che si ergono a suoi difensori.

Vivere in una dittatura significa (tra l’altro) dover sopportare uno Stato che decide che cosa è giusto che tu dica e che tu pensi. C’è solo un verbo corretto, al quale tutti si devono attenere. La democrazia è un’altra cosa, è commistione di idee differenti, è confronto anche con chi è a noi più lontano. Questo è il valore del 25 aprile. Uno Stato libero è quello che permette a tutti di manifestare le proprie opinioni. E i cittadini di uno Stato libero sono coloro i quali si comportano di conseguenza: ritengono certe posizioni aberranti ma non per questo «sbagliate», si battono perché anche il loro peggior nemico politico abbia lo stesso diritto di parola che loro stessi pretendono e, magari, ottengono.

Dire che fascismo e antifascismo sono due facce della stessa medaglia, come sostiene più di qualcuno, è una palese scemenza. Da una parte c’è uno stato totalitario (o quasi, per precisione), dall’altra c’è la rappresentanza di coloro che quella dittatura hanno contribuito a smantellare. Però da una parte e dall’altra talvolta si rischia di cadere nella trappola del totalitarismo. Nulla a che vedere con il Ventennio, per carità, bensì una posizione in cui si è detentori del presunto verbo mentre gli altri sono qualcosa di simile a dei criminali.

Va benissimo ricordare la lotta partigiana, però bisognerebbe cercare di attualizzare il 25 aprile, puntando sul fatto che una democrazia deve esserlo per tutti. Nell’agone politico siamo pieni di quelli che si riempiono la bocca di paroloni sulla Liberazione e per i restanti 364 giorni dell’anno insultano e denigrano altri cittadini solo perché hanno delle opinioni diverse dalle loro. E stiamo parlando di ogni schieramento politico, nessuno escluso.

Se la battaglia anacronistica e insensata contro i neofascisti è abbastanza evidente, ci permettiamo di mostrare al lettore un’altra declinazione di questo processo un po’ meno palese. È normale, in una democrazia che dovrebbe garantire diritto di parola e di rappresentanza a chiunque non faccia sfociare la politica nella violenza, che il confronto sia un insulto tra chi pensa di detenere la verità e gli altri, notoriamente – dal suo punto di vista – ignoranti, incompetenti, ladri o criminali?

Non ci sono più i programmi, i manifesti dei partiti. Il vademecum del nuovo politico è attaccare gli avversari, senza proporre nulla. È questa la democrazia italiana del 2019? Può anche darsi, ma dopo non fatevi vedere a festeggiare il 25 aprile, abbiate almeno un po’ di pudore.

Tito Borsa

Giornalista praticante. Autore di Un silenzio italiano (Cleup, 2017), studio alla Scuola di Giornalismo della Luiss a Roma. Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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