L’inutilità di disertare il Salone del Libro di Torino

Il Salone del Libro di Torino sta facendo discutere per la presenza (fino a ieri) dell’editore simpatizzante del fascismo Altaforte. Lo sdegno per questa partecipazione ha portato molti scrittori ed editori a dare forfait in segno di protesta. La sindaca di Torino Chiara Appendino e il governatore del Piemonte Sergio Chiamparino hanno spiegato che escludere Altaforte dalla kermesse «è una scelta di campo delle istituzioni per tutelare i nostri valori e la storia di questa città».

Chi scrive si è schierato più volte contro chi erge il fascismo a terribile spauracchio nell’anno Domini 2019. Il Ninistro dell’Interno Matteo Salvini, protagonista di un libro-intervista pubblicato proprio da Altaforte, ha parlato di «censura delle idee» e, a malincuore, siamo costretti a dargli ragione.

Non si può definire in altro modo l’esclusione da una delle più importanti fiere dell’editoria subita da Altaforte. Cacciare un’azienda che regolarmente partecipava al Salone del Libro solo in virtù delle (presunte, o quasi) posizioni politiche dell’editore.

A minacciare l’assenza se questa pericolosa deriva antidemocratica non fosse stata sanata erano intellettuali anche molto stimati da chi scrive, che infatti ne è rimasto alquanto sorpreso. Non serve essere l’incarnazione del libertarianesimo per capire che la censura crea martiri e non risolve nessun problema. La forza della democrazia è il confronto anche con chi è più lontano da noi, anche con chi disprezziamo. Tutto il resto è regime, che non deve essere per forza fascista.

Se la democrazia degenera e diventa dittatura della maggioranza non diventa così diversa dal fascismo. Due poli uguali, sebbene di segno opposto. Per chi vuole uno Stato libero è importante andare al Salone di Torino anche per contestare un editore che ha posizioni che possiamo lecitamente ritenere aberranti. Fare un passo indietro significa far avanzare chi cerchiamo di contestare.

L’antifascismo, quando diventa militante, sfocia nel fascismo. Abbiamo un articolo nella nostra tanto osannata Costituzione che piace anche a chi non l’ha mai letta, l’articolo 21, che garantisce la libertà d’espressione. Esistono anche norme che pongono il fascismo come unica eccezione a questa libertà, è vero, ma non servono a nulla. Sono limitazioni della libertà individuale che non portano a niente. Tant’è che abbiamo partiti di chiara ispirazione mussoliniana che partecipano regolarmente alle elezioni.

Con il Salone del Libro avevamo l’occasione di dimostrarci persone serie e realmente democratiche, invece abbiamo (per l’ennesima volta) dato conferma di essere dei buffoni.

Tito Borsa

Giornalista praticante. Autore di Un silenzio italiano (Cleup, 2017), studio alla Scuola di Giornalismo della Luiss a Roma. Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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