Finché c’è protesta, c’è speranza

Le competenze del Ministero dell’Interno si estendono dall’amministrazione generale di tutti gli affari interni della società italiana, istituzionale e civile. Una delle aree principali è la tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica tramite il coordinamento delle forze di polizia . Ecco, forse non ci aveva spiegato bene, il buon Matteo Salvini, che quando parlava di maggior sicurezza nelle città, con ogni probabilità, si riferiva alle strade durante i suoi comizi. I furibondi manifestanti che osano, addirittura, apporre uno striscione di sdegno contro il ministro, si ritrovano con gli agenti della digos in casa e magari schedati in questura, senza poi tener conto delle intimidazioni a non ripetere in altre occasioni un simil gesto se non si vuole finire diritti al 41bis.

È il caso di un giovane 33enne del quartiere di San Siro a Milano che, durante il passaggio del vice premier, ha esposto un cartello con la scritta: «Salvini amico dei mafiosi, nemico dei poveri». Oppure ne hanno fatto le spese due giovani carpigiani che hanno azzardato manifesti con i richiami alle canzoni di Caparezza: «Non siete STATO voi che siete uomini di polso, forse perché circondati da una manica di idioti»; e di De André: «Per quanto voi vi crediate assolti, siete lo stesso coinvolti». Sono tutti atti forti che possono mettere a repentaglio l’incolumità della gente, ma per fortuna interviene prontamente il buon Matteo che ristabilisce ordine e disciplina.

Sicurezza, ordine e disciplina sono ristabiliti non solo nelle strade (sempre e solo quando passa Salvini), ma anche nella scuola. Infatti il lavoro di un gruppo di studenti di un liceo di Palermo è costato due settimane di sospensione all’insegnante di Italiano e Storia, Rosa Mari Dell’Aria, rea di non aver vigilato a dovere sul lavoro degli alunni, i quali hanno accostato le leggi razziali del 1938 al decreto sicurezza della Lega. Il vice premier, forse perfino imbarazzato, ha commentato la vicenda sostenendo che «La politica deve stare fuori dalla scuola».
Caro Matteo, questa frase ignobile l’hanno ripetuta in diversi prima di te e forse, come loro, sei ben consapevole che se a scuola si parlasse davvero di politica, della tua politica, il tuo consenso tra i giovani sarebbe fortemente a rischio.

Si sa che il potere ha bisogno di difendersi, di proteggersi, per mantenere la propria autorità e, così come Salvini, i suoi predecessori non sono stati da meno: memorabile rimane la Leopolda 2015 con gli ormai ex renziani che sbeffeggiano i giornalisti non inclini a idolatrare il messia di Rignano sull’Arno; oppure, qualche anno prima, la cacciata dei vari Santoro, Biagi e Luttazzi dalla Rai ad opera dell’oramai defunto (politicamente) Berlusconi.
Tutti quelli che arrivano al potere, in un modo o nell’altro, sentono il bisogno di proteggersi e, pur di preservare quanto hanno in mano, farebbero qualsiasi cosa.

Bisogna ricordare che gli atti di protesta sono necessari, che avvengano in piazza o nelle scuole. È indispensabile per la vita democratica di un paese che il potere venga sempre messo in discussione, a costo di rendere una manifestazione meno maestosa di quanto il potere stesso non vorrebbe. Atti di piccola ribellione contro qualcosa di più grande e, apparentemente, insormontabile, sono piccole fiammelle di speranza per chi ha capito che non ci sono poteri buoni. E se non vogliamo che il potere sia più cattivo di quanto già non sia, ribellarsi e manifestare diventano dei doveri morali, sempre.

Enrico Righini

Emiliano, nato nel 1993, con un occhio di riguardo per gli ultimi di questo mondo e la musica di Fabrizio De André nel cuore.

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