D’Andrea (FSI): «Non ci sarà mai retromarcia su trattati UE. Recesso unica via»

Stefano D’Andrea, classe 1970, giurista, è il Presidente del Fronte Sovranista Italiano.

Siete una formazione relativamente giovane, ma in crescita. Si può dire che raccogliete i delusi dai partiti e movimenti tradizionali?

Forse in parte sarà vero ma in realtà aggreghiamo e non raccogliamo e aggreghiamo soprattutto persone che da lungo tempo sono deluse dai «partiti tradizionali». Quasi nessuno di noi, se non proprio nessuno, ha militato in un partito tradizionale, salvo i più maturi, che vi hanno militato dieci o spesso venti anni fa.

Anche fazioni come Casapound e Partito Comunista hanno una posizione molto critica verso l’UE e la sua gestione politico-economica. Esistono sovranismi di destra e di sinistra? Voi come vi collocate?

Destra e sinistra sono parole che designano soltanto la collocazione nel Parlamento e si colorano di volta in volta di contenuti diversi. I liberali nell’ottocento furono sinistra rispetto ai reazionari ma poi furono destra nei confronti di coloro che cominciarono a porre la questione sociale e ai socialisti. In senso lato noi siamo socialisti. In senso lato, perché ci reputiamo culturalmente e politicamente eredi sia dell’anima sociale e popolare, nonché statalista, della democrazia cristiana (Dossetti, La Pira, Moro, Fanfani, Vanoni, Mattei) sia della miglior tradizione riformista del partito socialista e del partito comunista. Noi facciamo nostra quella che fu la linea comune di questi tre partiti che si espresse in Assemblea Costituente nella Costituzione economica e poi in moltissime riforme degli anni sessanta e settanta, ma anche cinquanta, se si pensa alla riforma agraria e all’istituzione del ministero delle partecipazioni statali. Magari il PCI qualche volta si asteneva, perché doveva giocare al gioco delle parti e doveva dare un senso alla sua opposizione, chiedendo sempre qualcosa di più, ma ovviamente considerava passi avanti le riforme che si andavano realizzando.
Il Partito comunista è un partito comunista, che rivendica non gli atti che il PCI compì (negli anni 50 in piena guerra fredda il 90% delle leggi fu votato in Parlamento quasi all’unanimità, quindi con il consenso del PCI) ma le declamazioni ideologiche, che già non erano attuali e non corrispondevano ai fatti durante la prima repubblica, quando il PCI fu comunista per la cultura, le declamazioni e lo schieramento al livello di politica estera, ma fu saldamente socialista fin dalla svolta di Salerno. C’era un contrasto tra parole e cose, che per paradosso è continuato quando il PDS o Rifondazione declamavano di essere un partito democratico e un partito comunista ma erano ormai due partiti neoliberali, a causa del loro europeismo, che implica il neoliberalismo, se ne sia o meno consapevoli. Anche se vi militano giovani interessanti, non credo sinceramente che il PCI abbia un futuro, per certe declamazioni, per la terminologia e perché lo scopo di un socialismo maggiore di quello previsto nella Costituzione, per ricostruire il quale ci vorranno un paio di decenni dopo la riconquista della sovranità, li rende completamente in-effettuali. Anche la persona e la personalità di Rizzo ne fa un residuo e non qualcosa di nuovo. Non ponendo l’attuazione della Costituzione economica come fine ultimo, questo partito adotta una posizione che era un residuo già nella prima Repubblica. Una scelta insensata.
Quanto a Casapound la conosco pochissimo. Tuttavia, ho sentito Di Stefano in un filmato rivendicare che gli arde nel cuore la fiamma della Repubblica Sociale, ossia qualcosa che, come Repubblica non fu niente e non è mai esistita, per fortuna, e che come formazione politico-militare alleata con i nazionalsocialisti fu, sempre per fortuna, sconfitta. Inoltre, ho avuto modo di parlare con un paio di loro in rete, uno dei quali anche molto sottile intellettualmente – io parlo con tutti – e, sebbene il partito si dichiari democratico, quei due non lo erano per niente. Con la scusa di criticare «questa democrazia», palesavano chiaramente di essere antidemocratici. Del fascismo mantenevano la convinzione che la democrazia o almeno il parlamentarismo siano un male. C’era poi in loro quel tipo di aggressività (verbale), di radicalismo dei valori e di sdegno aristocratico o da elite popolare che caratterizza psicologicamente i fascisti. Infine sono anticomunisti senza comunismo ancor più di certi antifascisti sena fascismo. Non credo che Casapound abbia un rilevante futuro, anche se potrebbe riuscire a entrare in Parlamento, se le circostanze la aiuteranno. Per essere sincero, devo ammettere che ho apprezzato che abbiano scelto il simbolo della tartaruga e abbiano perseguito un progetto lentamente, al passo della tartaruga, il passo che potevano avere. Una scelta che denota una certa intelligenza e la fede, strumenti che sono indispensabili, anche se per fortuna non sufficienti, a costruire qualcosa di nuovo. Ma anche loro sono un residuo di un tempo passato. La loro è una posizione che era già un residuo durante la prima Repubblica.

Dando un’occhiata alle formazioni politiche definite sovraniste, a livello Europeo, si notano differenze interne. Ad esempio, rispetto alle posizioni leghiste, c’è Kurz (austriaco, il cui partito è comunque iscritto al PPE) che difende l’austerity, mentre la leader di Afd (Germania) è dichiaratamente lesbica. L’alleanza sovranista, fatta salva la questione migranti, sembra essere precaria già da ora. Ritenete che potrà formarsi, prima o poi, un’alleanza sovranista a livello europeo che racchiuda posizioni comuni?

L’alleanza sovranista al livello europeo non esiste e non può esistere. E’ un vaneggiamento di Bannon, uno strumento di propaganda di Salvini e un timore infondato dei neoliberali cosmopoliti globalisti europei, anche se probabilmente alcuni di loro sanno che si tratta del nulla e usano la formula – è una formula vuota che non esprime un concetto – per ragioni di propaganda. Per almeno venti anni gli Stati dell’est prenderanno tanti soldi dalla UE. L’Ungheria ha ricevuto nel 2017 3 miliardi e mezzo – con poco meno di 10 milioni di abitanti è come se l’Italia prendesse 20 miliardi all’anno; la Polonia dal 2007 al 2015, in otto anni, ha ricevuto oltre 73 miliardi di euro, che divisi per 8 sono più di nove miliardi all’anno e che, tenuto conto che la Polonia ha meno di due terzi dei nostri abitanti, è come se l’Italia prendesse 15 miliardi all’anno. Questi paesi, chiunque li governi, sono alleati della Germania, da chiunque sia governata, e favorevoli al mercato unico ossia all’Unione Europea. Quanto a Kurtz, non diversamente da Orban, è un neoliberale e i neoliberali vogliono il mercato unico e l’Unione Europea. L’unico tema intorno al quale questi neoliberali nazionalisti hanno interesse a contestare l’Unione Europea è la disciplina degli stranieri extracomunitari, un tema dunque che non riguarda il mercato unico, del quale fa parte invece la disciplina della circolazione degli stranieri comunitari.

Se dovesse nascere una maggioranza che vuole modificare i trattati, soprattutto per quanto riguarda le tematiche economiche, tornereste a credere/sperare nel progetto UE o ritenete che i trattati siano lesivi nella loro totalità? Perché?

I Trattati non possono essere modificati né da una maggioranza al livello nazionale, né dall’unanimità al livello nazionale né da una maggioranza di Stati. La modifica dei Trattati richiede l’accordo di tutti gli Stati. Ma questa modifica è possibile? No.
I Trattati sono sempre stati modificati (L’Atto Unico, Maastricht, Lisbona sono le principali fasi di sviluppo del progetto europeo), però l’accordo si è sempre trovato nel senso di incrementare l’integrazione, limitare i poteri degli stati nazionali, ampliare i mercati, uniformare i diritti nazionali. Una modifica che non andasse avanti ma tornasse indietro, sarebbe la fine di questo assurdo progetto, perché testimonierebbe non soltanto che il processo di costruzione europea si è arrestato ma che si erano fatti passi eccessivi. Non si torna indietro per riandare avanti. Tornare indietro significherebbe oggettivamente una dichiarazione di fallimento. Quindi una modifica dei Trattati che restituisse poteri agli Stati sarebbe la fine dell’ideologia europeista e del progetto europeo. È una cosa che non accadrà mai. Soltanto se fosse presente una minaccia attuale, seria e imminente di disintegrazione dell’Unione Europea, gli Stati potrebbero consensualmente tornare indietro, accettare il fallimento del progetto, ma evitare il (preteso) completo disordine conseguente alla rottura. Ciò significa che senza una minaccia e un rischio serio di rottura non vi sarà mai alcuna modifica volta a ridare poteri agli Stati. E’ questa la ragione per la quale bisogna dire chiaramente che lo scopo deve essere il recesso dai Trattati Europei. Quando l’Italia o la Francia o la Spagna recederanno – un recesso ci sarà, è soltanto questione di tempo, perché il progetto è assurdo e non dà a questi paesi europei né prosperità né giustizia né libertà di disciplinarsi autonomamente, né potenza nello scenario mondiale, non dà ad essi nulla di nulla salvo ai loro esportatori e importatori – il fatto scaverà un solco e si porrà come esempio che sarà seguito da altri. Soltanto allora si potrà stipulare un trattato stabile tra alcuni paesi europei, che preveda la primazia assoluta del diritto interno degli Stati, già al livello di legislazione ordinaria. Questa non è una modifica: è una rivoluzione. È una situazione paradossale. A ragionare con mente fredda si giunge a capire che la «modifica che ingrani la retromarcia» non ha alcuna probabilità di verificarsi o che comunque è molto più improbabile della modifica che azzeri il processo di integrazione, che invece, data l’assurdità del progetto, è cosa certa. Magari si dovrà attendere ancora molto tempo ma è cosa certa.

Come vi ponete nei confronti delle elezioni Europee imminenti? Pur non avendo presentato liste elettorali, c’è un Partito, o anche semplicemente qualche candidato, che ritenete vicino alle vostre battaglie più di altri?

Non abbiamo assunto una posizione come partito e personalmente non ho letto un solo articolo, una dichiarazione di un politico né visto un minuto di trasmissione televisiva dedicati alle Elezioni Europee. Per me le Elezioni Europee non esistono e credo che questa sia l’opinione prevalente tra gli iscritti e i simpatizzanti. Però chi vuole interessarsi alla campagna elettorale o votare è liberissimo di farlo.

Mirco Romanato

Nato a Padova il 15 giugno 1994. Diplomato in ragioneria, attualmente iscritto alla triennale di Ingegneria dell'Energia nella mia città. Sono una persona curiosa in molti i campi, dalle nuove tecnologie, in particolare quelle che riguardano l'ambiente, alla politica, passando per lo sport.

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