Confessioni di un elettore del Pd

Ciao, non vi dico come mi chiamo, vi basti sapere che sono un elettore del Partito Democratico. La mia vita è abbastanza semplice: non mi pongo domande ma proseguo imperterrito a seguire la linea dei boss. Come dite? Lo fanno anche gli altri? Ma noi siamo diversi, noi siamo europeisti. Ci basta dirlo per lavarci la coscienza da qualunque rimorso per qualcosa che non abbiamo fatto quando al governo c’eravamo noi. Alle scorse primarie ho votato Nicola Zingaretti. Sapevo già che avrebbe vinto e poi, tra candidati con il carisma di un frullatore rotto, l’importante è sempre puntare sul cavallo vincente. D’altronde le primarie sono fatte per ufficializzare ciò che già è abbastanza chiaro.

Il nuovo segretario del Pd mi piace, ho sempre guardato Montalbano in prima serata su Rai Uno e la sua interpretazione mi ha sempre affascinato. L’attore è il fratello figo e non il presidente della Regione Lazio? Va bene lo stesso, la famiglia è importante. Non mi sono indignato quando il tesoriere Luigi Zanda, tanto per riaffermare che la Casta non esiste, voleva alzare gli stipendi dei parlamentari e non mi scompongo se, cercando il suo nome su Google, scopro che era il segretario e il portavoce di una delle personalità più limpide della Prima Repubblica, Francesco Cossiga.

Ormai il mio stomaco è pronto a sopportare qualunque cosa, anche l’endorsement di un galantuomo come Paolo Cirino Pomicino. L’unica cosa che non tollero è chi la pensa diversamente da me. Per questi loschi figuri non devo neanche sforzarmi a trovare un appellativo. «Fascista» va benissimo, in ogni circostanza. Tanto il Ventennio, quello vero, non se lo ricorda nessuno e quindi non rischio di venire accusato di paragoni al limite del delirio. Ma la mia vita è così: seguo la linea del partito e vivo bene.

Parlavamo di primarie, no? Nel 2012 ho votato Pier Luigi Bersani, sperando che – oltre al giaguaro – smacchiasse la mia camicia unta di antiberlusconismo, ma a rottamare ogni mia reminiscenza di ostilità verso l’uomo di Arcore è arrivato Matteo Renzi. Ebbene sì, l’ho votato nel 2013 anche se pensavo davvero che non sarebbe mai andato a Palazzo Chigi senza passare per le elezioni. Poi c’è stato l’ormai leggendario «Enrico stai sereno» e io l’ho accettato senza troppi problemi di coscienza. Alle Europee del 2014 ho votato, come sempre, Pd, anche perché il neosegretario – nonché premier – mi aveva dato 80 euro in più al mese con i quali, lo diceva quel gran pezzo di statista di Pina Picierno, ci potevo fare la spesa per due settimane.

Al referendum costituzionale del 2016 ovviamente ho votato «Sì», senza ascoltare i gufi e i professoroni che farneticavano di un qualche rischio autoritario per il Paese. A me il nuovo Senato piaceva anche se non ho mai capito che cosa stesse per cambiare. Come al solito ho ascoltato il partito che, a parte qualche rara eccezione, era unito a favore della riforma. C’è chi diceva che l’avessero scritta a quattro mani Maria Elena Boschi e Denis Verdini ma io non credo alle chiacchiere da bar.

L’anno scorso hanno vinto i barbari della Lega e dei 5 Stelle. E, ve lo confesso, lì davvero ho avuto qualche dubbio sulla mia fede politica. Ho sentito il segretario dimissionario Matteo Renzi che parlava di pop corn e che ha annullato ogni sforzo per un governo con i grillini. Non l’ho presa bene: per un attimo ho pensato con la mia testa e ho capito che così davamo il Paese in mano a Matteo Salvini. Ho avuto un anno di crisi di coscienza finché Renzi non è tornato a rivendicare quel gesto e ho capito tutto. Alle Europee del 26 maggio sono tornato a votare Pd perché ormai sono un uomo di centrodestra, me ne frego dei poveri. La tessera di partito mi dà la parvenza di appartenere a una élite, nonostante il mio stipendio non sia granché. Chiamo fascista chiunque proponga qualcosa di diverso e penso che il reddito di cittadinanza sia una norma per pagare la gente affinché non lavori. Sono un elettore del Pd, non so se l’avete capito. Ormai digerisco qualunque cosa anche se mi piaceva Enrico Berlinguer e andavo alle manifestazioni dei sindacati esibendo fiero il pugno alzato. È più facile non farsi domande, tanto non può cambiare nulla. C’è chi se la passa peggio di me e io smetto di pormi domande. Vado al gay pride una volta all’anno urlando Noi abbiamo approvato la Cirinnà, anche se regolare la stepchild adoption sarebbe stato un grande atto di civiltà. Ma noi siamo l’ultimo baluardo di democrazia in Italia, insieme a Berlusconi, ça va sans dire, e questo ci basta per campare di rendita. Il Pd non deve proporre nulla, è sufficiente che esista per attrarre altri elettori uguali identici a me.

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di Un silenzio italiano (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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