Italiani, popolo di risparmiatori terrorizzati

È curioso il mondo capovolto in cui viviamo: qualunque persona se volesse vendere una qualsiasi cosa preferirebbe essere pagata subito e in contanti piuttosto che poco alla volta, invece oggi accade che se volessi comprarti un’automobile (ma anche un televisore o uno smartphone) e ti offrissi di pagare tutto subito verresti guardato di storto. Il vero guadagno e conseguentemente la vera bravura di un venditore è il venderti non tanto la macchina quanto il finanziamento in piccole rate con relativo tasso di interesse.

Torna alla mente una vecchia stampa, forse dell’800, in cui in una metà era raffigurato un uomo magro, dai vestiti logori e dal volto disperato, seduto in mezzo ad assegni e cambiali con sopra una scritta che recitava «Io vendeva a credito»; nell’altra un borghese ben pasciuto con tanto di panciotto e sigaro e la scritta «Io vendeva a contanti».

Oggi pare valere l’esatto opposto. La logica è quella di tenerci schiavi dal punto di vista finanziario: bassi interessi, è vero, ma anche bassi redditi, con deflazione (made in Germany) che avvantaggia i creditori e i possessori di enormi patrimoni. L’indebitamento privato in Europa e Stati Uniti è spaventoso. La crisi del 2007–2008 fu scatenata proprio da questo mondo alla rovescia che in quell’occasione andò in tilt: i mutui sub-prime concessi a persone che non erano in grado di ripagare i propri debiti. Fu una crisi di debito privato e non pubblico come allora si fece credere a noi italiani e che dovemmo subirci la «cura» Monti. Nonostante la suddetta «cura», l’Italia ha un altissimo risparmio privato che proprio per questo fa gola a molti.

Il problema è che questo risparmio non viene sfruttato e viene lasciato spesso sul conto corrente senza essere investito, mentre l’Italia avrebbe un grande bisogno di investimenti nell’economia reale. Il punto è che i privati investono se c’è ottimismo e se c’è possibilità di profitto capitalistico, i quali non ci sono anche grazie alla deflazione secolare e alla carente domanda interna distrutta consciamente dal sopracitato Monti. Ed è giocando sulla sfiducia che la finanza vorrebbe mettere le mani su questi risparmi che giacciono depositati senza dare frutto. Con quali promesse? Di proteggerli dall’inflazione (che è inesistente) e di renderli fruttiferi (nonostante i tassi siano ai minimi ovunque). Cosa che qualora riuscisse davvero a fare non arricchirebbe nessuno se non appunto se stessa con dubbi effetti sull’economia reale.

Eppure, una parziale soluzione ci sarebbe ed è una cosa che gli italiani hanno largamente fatto fino a poco tempo fa: comprare titoli di stato, in modo che a cambio di un discreto rendimento (superiore a molti fondi di investimento) lo Stato possa investire questi soldi in progetti pubblici utili alla collettività e a far ripartire l’economia e non i profitti di qualche società privata. Purtroppo ciò non avviene grazie al terrorismo mediatico dello spread e degli istituti bancari che ne sconsigliano l’acquisto per  proporti i loro prodotti finanziari.

Massimo Ressia

Nato nel 1993, felicemente piemontese. Dopo gli studi di ragioneria, mi sono addentrato in quelli di Lettere, conseguendo la laurea triennale. A breve, arriverà anche il titolo magistrale.

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