Tutte le bufale sull’occupazione: da Confindustria a Renzi, da Calenda alla Meloni

C’è una leggera discrepanza fra i dati che si susseguono da novembre riguardo le conversioni di contratti da tempo determinato a indeterminato (+250.000 trasformazioni), fra gli ultimi dati sull’occupazione che testimoniano una decrescita della disoccupazione ai massimi dal 2012 (9,9% di disoccupati) e le catastrofi narrate dalle organizzazioni rappresentative e dai vari politici riguardo il decreto dignità portato avanti dal ministro del lavoro e dello sviluppo economico Luigi Di Maio.

Iniziamo con Confindustria, nemico numero uno del Dl dignità: Secondo viale dell’Astronomia, il decreto «pur perseguendo obiettivi condivisibili, rende più incerto e imprevedibile il quadro delle regole per le imprese disincentivando gli investimenti e limitando la crescita». La battaglia è su rinnovi e causali. La risposta del Ministro del Lavoro: «Sono gli stessi che gridavano alla catastrofe se avesse vinto il no al Referendum, poi sappiamo come è finita. Sappiamo anche come finirà in questo caso».

Poi arriva Calenda, ex Ministro dello sviluppo economico sotto il governo Renzi e uno degli esponenti più di spicco del Pd: «Il decreto dignità avrà due effetti: diminuire l’occupazione ovunque e gli investimenti al Sud (e le reindustrializzazioni). È politica degli slogan non il governo della realtà. Sta al lavoro/crescita come fermare una nave ONG sta alla gestione dell’immigrazione. Pessimo debutto». Calenda, dobbiamo dirlo, si è in parte recentemente rimangiato questa critica ed è stato l’unico esponente del PD ad ammettere il suo parziale errore «secondo me il decreto dignità sta avendo effetti positivi sulle conversioni dei contratti. Più di quel che pensavo. Insieme però ad effetti drammatici su mancati rinnovi».

Berlusconi bisogna ammetterlo, è stato il più comico: «È un provvedimento scritto da chi non ha mai lavorato e da chi non sa nulla sul mercato del lavoro che è destinato a distruggere posti di lavoro, ci sono diverse interpretazioni ma tutti pensano che i posti bruciati saranno davvero moltissimi; questo decreto non elimina il lavoro precario, si elimina il lavoro per i più giovani, i più deboli, aumenterà il lavoro nero, aumenterà l’evasione fiscale contributiva, aumenterà l’assenza di regole sulla sicurezza del lavoro, sugli orari, sulle malattie» insomma, per Berlusconi il dl dignità doveva essere peggio delle piaghe d’Egitto.

Meloni, invece: «Pensare che il lavoro si crei per decreto è sbagliato, se si irrigidiscono le formule contrattuali, se rendi più impegnativo assumere l’alternativa non sarà un contratto di lavoro migliore, sarà disoccupazione o lavoro nero».

Renzi, anche se non conta più nulla è divertente citarlo perché non ne ha azzeccata mai una, l’evoluzione naturale di Fassino, insomma: «Lo potete chiamare decreto disoccupazione, lavoro in nero o gelosia perché Di Maio era geloso della visibilità di Salvini e ha puntato i piedi su una serie di norme nelle quali invece di colpire la disoccupazione si va a colpire chi produce posti di lavoro» e ancora «L’obiettivo adesso è creare dei posti per il reddito di cittadinanza. La linea di Di Maio è quella di avere più clienti per il reddito di cittadinanza, non creare lavoro, ma al momento pare non pervenuto». E ancora, in una diretta Facebook, si rivolgeva così al vice premier: «È il ministro della disoccupazione e quello si dovrebbe chiamare non decreto dignità ma decreto disoccupazione. Passano dal segno + del Jobs Act al segno meno». Infine, da un palco di Milano: «A Giggino gli hanno fregato la Barbie, siamo passati da Calenda a Giggino, rendiamoci conto».

Padoan, ex Ministro dell’economia sotto il governo Renzi, uno che insomma di economia se ne dovrebbe intendere: «Il Dl dignità lo chiamerei Dl smantellamento di quello che c’è ora di buono nel paese, Di Maio stresso aveva detto di essere stato eletto per smantellare il Jobs Act. Se vuole più contratti a tempo indeterminato dia incentivi alle imprese invece che forzarle, forzandole si avrà l’effetto che molti imprenditori che avrebbero voluto tenere i lavoratori saranno costretti a licenziarli».

Emanuele Stevani

Sono Emanuele, classe '95, appassionato lettore sia di libri che di articoli di giornale trattanti attualità e politica

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