Un delirio italiano nel nome di Carola

La vicenda di Carola Rackete, la comandante della Sea Watch che qualche giorno fa è entrata con la forza nel porto di Lampedusa, verrà vista dai posteri come il «disvelamento» di tutta la follia dell’ambiente politico, giornalistico e culturale italiano.
Da una parte i pasti in smoking per gli avvoltoi che, in assenza di leader, ergono la Capitana a rappresentante del centrosinistra a sua insaputa; dall’altra i giureconsulti di ‘sta cippa che si innalzano a difensori della sacralità della legge quando una parte di loro per lungo tempo ha preso le difese di frodatori fiscali, condannati per concorso esterno in associazione mafiosa e altre simili amenità.

Se la politica è un mestiere osceno e i giornalisti non son brave persone e dove cogli, cogli sempre bene (cit.), ci aspettavamo che almeno gli intellettuali riuscissero a emergere da questa concimaia di mediocrità e di appiattimento, ma nemmeno loro si sono salvati dalla mannaia del conformismo e della tifoseria. E ovviamente luogo delle loro elucubrazioni, indipendentemente dallo schieramento a cui hanno giurato eterna fedeltà, è il web: Twitter e Facebook in primis. Ecco gli hashtag: «Io sto con Carola» versus «Io non sto con Carola». Tutti a chiamarla per nome, questa donna, manco fosse una parente. Per fortuna, probabilmente si vergognerebbe ad avere legami di sangue con questi soggetti.

Insinuanti, astuti e sempre pronti ad adattarsi per convenienza, usano gli infelici con gran prosopopea per distrarre gli elettori dalle cose che li riguardano in prima persona. Il governo, soprattutto la sua ala più leghista, usa la lotta ai migranti per nascondere la propria irritante insulsaggine; le sedicenti opposizioni abbracciano la causa di Carola Rackete per evitare di dover ammettere di non aver alcuna proposta e quindi di non rappresentare un’alternativa credibile alla maggioranza.

Certo, in mezzo a questi gregari imparentati qualcuno che appoggia o attacca la comandante della Sea Watch in buona fede e sulla base di motivazioni che non hanno fondamenti occulti c’è. Ma è inevitabile che si confonda nello sciame di ipocrisia e di armi di distrazione di massa. Riposi in pace.
Solo dei pugili suonati potrebbero ritenere essenziale schierarsi su una vicenda che non è un’emergenza, approvando o criticando una scelta difficilissima – quella di Carola Rackete – mentre rimangono comodamente seduti sui loro morbidi e comodi divani.
Ma – ne siamo tristemente consapevoli – questi discorsi sono troppo elevati per le chiacchiere da bar e le lotte tra bande che animano qualunque discussione italica. Siamo alla frutta, ma da tanto tempo, se non da sempre. E, ogniqualvolta si parla di temi importanti e seri (come la disobbedienza civile di Carola Rackete), ci dimostriamo il solito Paese di pagliacci.

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di Un silenzio italiano (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

Un pensiero riguardo “Un delirio italiano nel nome di Carola

  • luglio 3, 2019 in 9:25 am
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    Un articolo incomprensibile che rende però comprensibile il titolo di questo sito: La voce k stekka. Tito Borsa, l’ultimo arrivato in questa assemblea di personaggi strambi, pensa di essere il padrone di questo sito e da lezioni di vita a chi viveva qnd lui aveva ancora il latte sulle labbra. Squallido. Immondo. Insensato

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