Una tomba mi ispirò il racconto di un antico dolore

Ci ritrovavamo qui, in mezzo a queste colline, dove il tempo non ci rincorreva e il cuore non si fermava . Eravamo seduti sotto l’ulivo, in mezzo alla piazza, quando diedero la notizia alla radio, l’Italia era entrata in guerra. Era il 10 giugno 1940 e da quel giorno non vidi più il sorriso nel volto di mia madre. Lei sapeva, io no.
Dopo due mesi di estate, tra corse in bicicletta e notti al lago arrivò la notizia, noi giovani eravamo stati chiamati a combattere una guerra cominciata oramai da un anno, senza quasi saperne il motivo. Mi trovai la sera successiva a parlare della lettera ad Antonio e Chiara, nelle panchine accanto alla chiesa, riparati dal sole. L’aveva ricevuta anche Antonio la lettera, si mise a piangere. Camminammo tanto quella sera, parlando di tutto, perché la paura era quella di non poter parlarsi più dopo essere partiti per il fronte. Io e Antonio partimmo due settimane dopo, per due destinazioni diverse.
Tornai qui, a Centenaro, tre settimane dopo il 25 aprile 1945, poco prima di una settimana dal mio venticinquesimo compleanno. Trovai mia madre che stava innaffiando i fiori con l’innaffiatoio della nonna, mentre mio padre stava mungendo le mucche nella stalla. Antonio, purtroppo, non c’era più. Morì da Partigiano a causa di una granata tedesca, così mi dissero. I suoi genitori si erano trasferiti in Piemonte, per dimenticare.
Il 27 maggio 1945, assieme a dei ragazzi con cui avevo condiviso il dormitorio per due anni, ci ritrovammo a bere nel bar che si trova ancora di fronte la piazza, a Centenaro. Lo ricordo bene quel giorno, guardai l’orologio, erano le nove e trentadue di sera quando la porta si aprì ed entrarono quattro ragazze, ormai non ero più abituato. Non ne riconobbi alcuna, salvo l’ultima, aveva gli stessi occhi di una ragazza che avevo conosciuto, e non più rivisto, più di cinque anni prima. La conobbi quella sera con Antonio per la prima volta accanto alle panchine, a fianco alla chiesa.
Ora la ragazza di un tempo si era fatta donna, e io mi ero fatto uomo. Mi venne incontro e mi salutò lei per prima, come se fossimo amici da una vita. Si mise a piangere abbracciandomi, ricordo che aveva un profumo buonissimo, allora mi fece venire in mente i fiori di campo, quelli su cui ci distendevamo la sera a guardare le stelle, durante quella maledetta guerra. Non ricordai il suo nome fin quando una sua amica non la chiamò, Chiara. Il giorno successivo ci ritrovammo la sera davanti al monumento dei caduti, in fronte all’ulivo, lo stesso ulivo sotto al quale io e Antonio udimmo le parole di Mussolini fuoriuscire dalla sua radio.
Il suo nome era lì, in mezzo a quello di tanti altri, in quella lapide dove si riflette ancora l’ombra del cannone. Io e Chiara, sposati da quarantatrè anni, lo ricordiamo l’undici giugno di ogni anno, l’ultimo giorno in cui ci siamo visti tutti insieme.

 

 

I nomi e le vicende personali contenute in questo testo sono puramente inventate, tranne il nome del paese e i fatti storici realmente accaduti e hanno l’intenzione di far capire ai lettori i disagi, le paure, i dubbi, e talvolta i sentimenti nati precedentemente o successivamente alla Seconda Guerra Mondiale. Inoltre, attraverso il comportamento dei personaggi, possono venire alla luce le emozioni di quelle persone che hanno vissuto direttamente o indirettamente la guerra, creando così un quadro generale della situazione che si viveva non solo a Centenaro, ma in tutte le campagne italiane.

Simone Romanato

Nato a Padova il 30 Aprile 1997, dove vive. Ha studiato presso l'Istituto Tecnico per Geometri Belzoni. Attualmente, sta frequentando l'Istituto Tecnico Superiore per il Risparmio Energetico Edilizio.

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