J.J., un amico

Sino ad oggi la vita dell’uomo, essenzialmente, altro non è stato che un alternarsi di adempimenti del dovere e ricerca del piacere. In un affannoso susseguirsi che toglie il respiro e, inevitabilmente, uccide. Non è di questo mondo la così detta morte per cause naturali. Siamo tutti vittime di questa incantevole e dannata altalena; tanto dannata quanto più spazio corre fra dovere e piacere. Però, a volte accadono cose che fuggono alle regole ed una di queste si verifica quando dovere e piacere si identificano: come quando ho baciato Greta, come quando ho frenato Beppe Grillo, come quando ho realizzato il primo hackeraggio.

Fra i miei compiti-doveri c’era quello di seguire un giornalista. Mai avrei immaginato che una ordinaria e noiosa attività di pedinamento avrebbe potuto arricchire la mia esistenza. J.J. (non svelerò mai la sua identità) era prudente, riservato e metodico. Pertanto, la mia attività di pedinamento era di gran lunga più noiosa di quello che mi ero prefigurato. Erano passata tre settimane e mi sentivo incastrato come nel Truman Show. Faceva le stesse cose e alla stessa ora. Questa metodicità fu come un grimaldello che ha consentito a J.J. di squarciare le mie difese. Sapeva di essere pedinato ma, mentre ero sonnolente e seduto al tavolo di un bar a pochi passi da Palazzo Chigi, è venuto a sedersi di fronte a me. Non si entra in quell’appartamento in Via Margutta senza particolari credenziali e lo sapevamo entrambi. Tale constatazione ce la rinfacciavamo stando muti e fissandoci negli occhi. J.J. era esile e pallido ma sulle labbra aveva stampato il sorriso di una potenza inversamente proporzionale alla sua magrezza. Quella sottile competizione energetica l’ho perduta non appena ho distolto lo sguardo.

In quel momento J.J. ha iniziato a parlare: «Ti ho visto parlare con Giulia alla festa. Con lei abbiamo condiviso un meraviglioso momento di giovinezza. Eravamo ancora studenti universitari all’epoca. Visitammo insieme la Cappella di San Severo, a Napoli. Un luogo così intriso di simboli, messaggi. Ero solo un profano e fu Giulia a spiegarmi il significato di cotanta meraviglia. Non capivo come potesse conoscere tanto. Mi ero innamorato di lei ma tutto si interruppe sulla soglia della sua casa. Ebbi rapporti cordiali con i suoi genitori ma loro a me non piacevano ed io non piacevo loro. Ero già abbastanza adulto per capire che il padre di Giulia non era solo il padre di Giulia. Sono un giornalista e credo che i miei articoli non abbiano fatto altro che infastidire il mio ex suocero. Penso anche che questo sia il motivo per cui tu mi stia seguendo».

Aveva ragione su tutta la linea. In effetti, proseguendo questa prima e surreale conversazione con J.J. sono venuto a sapere che aveva dedicato molti suoi pezzi alla campagna elettorale di Beppe Grillo e sino a qui nulla di strano. J.J. non si limitava a raccontare: voleva capire, faceva domande, creava relazione con fonti interne al soggetto e gruppo che indagava e, soprattutto, non si fermava mai. Questa sua genuina propensione al suo dovere/piacere per noi, per Heliopolis, rappresentava una minaccia. Per me, invece, si è scoperto poi essere solo un amico: come quando, dopo aver saputo della morte di mia padre, abbiamo camminato insieme una notte intera per i vicoli del centro di Roma, in silenzio.

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