Sul «Metodo Burioni» e l’orizzontalità della scienza

 

«La scienza non è democratica. La velocità della luce non si decide per alzata di mano, come ha detto Piero Angela, al quale tanto dobbiamo. Una palla di ferro gettata in mare andrebbe invariabilmente a fondo, anche se un referendum popolare stabilisse che il peso specifico del ferro è inferiore a quello dell’acqua». 

Così inizia La congiura dei somari di Roberto Burioni, ma la scienza è democratica tanto quanto tutte le altre discipline. Prima di spiegare meglio questa affermazione, vorremmo spezzare una lancia a favore dell’immunologo: è ovvio che il discorso che stiamo per fare non può essere spiegato facilmente sui social network, ma questo non può autorizzare a dire impunemente frasi buone solo per diventare slogan politici. 

È vero che la velocità della luce non si decide per alzata di mano e nessun referendum potrà rendere dannosi i vaccini. Ma è anche vero che, molto più spesso di quanto si creda, la scienza non fornisce certezze assolute e sorge quindi il problema: posso utilizzare una nozione o una teoria di cui non posso avere la certezza assoluta? Per non rimanere nell’immobilità, a questo punto solitamente ci si affida alla statistica: ho fatto 100 esperimenti, 95 mi danno ragione e 5 mi danno torto, quindi posso muovermi, seppur con cautela, nella direzione della teoria che ho appena sperimentato. Il filosofo ed epistemologo Karl Popper, infatti, a proposito della scientificità di un’affermazione parlava di corroborazione più che di verifica: si può dare forza a questa affermazione, non verificarla.

È ovvio che le verità scientifiche non vengono decise secondo referendum, ma questo non significa che la scienza non sia democratica, anzi è forse molto più democratica delle discipline umanistiche. Non importa chi sei, quale sia il tuo passato, è fondamentale solo l’apporto che puoi dare alla disciplina. Tant’è vero che, seppur rari, ci sono – soprattutto, ma non solo, in epoca recente – contributi scientifici dati dai non addetti ai lavori. La scienza è molto più sostanziale che formale, e dovrebbe per questo essere orizzontale.

Non mi fraintendano i lettori: l’orizzontalità della scienza non significa che, se per assurdo domattina mi sveglio e sostengo che la Terra sia piatta, ho qualche chance di far sì che la mia bislacca teoria diventi verità scientifica. L’«uno vale uno» di pentastellata memoria è assurdo per la scienza, come per qualunque altra disciplina: non siamo tutti uguali nemmeno di fronte alla politica, alla filosofia, alla Storia e così via. Certo, abbiamo l’inalienabile diritto di sostenere qualunque cosa ci passi per la testa, anche la più folle, ma non possiamo pretendere di avere il diritto che qualcuno la prenda necessariamente in considerazione. 

Tornando all’orizzontalità della scienza, questa è strettamente collegata con la divulgazione scientifica. Essere scienziati non significa dover per forza essere divulgatori: si tratta di sentieri ben separati, ed essere stimati nell’uno non porta automaticamente a essere stimati nell’altro.
Proprio perché la scienza è democratica, Roberto Burioni è un pessimo divulgatore e comunicatore. Affermiamo questo senza prendere in considerazione o mettere in dubbio le conoscenze e le competenze dell’immunologo: non è detto che conoscere significhi anche saper fare capire a coloro che proprio non hanno voglia di imparare. Fare divulgazione è difficilissimo, non lo mettiamo in dubbio: per non impazzire serve necessariamente una vera e propria vocazione, che non tutti hanno. Neppure chi scrive. 

La scienza è democratica anche perché, attraverso il lavoro dei divulgatori, dev’essere alla portata di tutti: il terzo Millennio non è l’epoca dei diktat, ma della comunicazione. Internet ha contribuito indubbiamente a cambiare le carte in tavola: se l’Italia rimane forse uno dei Paesi in cui i cittadini hanno meno fiducia nello Stato e nelle istituzioni, è anche vero che il web ha dato visibilità a foltissime schiere di cialtroni che, pur non sapendo nulla di scienza, riescono ad arrivare dove i medici – tanto per rimanere in tema – troppo spesso, forse per snobismo forse per pigrizia o per incapacità, non arrivano. 

Il lavoro dei divulgatori, i veri artefici dell’orizzontalità della scienza, è più che essenziale oggi, quando i cittadini – in modo più o meno sensato – hanno portato a compimento il parricidio degli scienziati, hanno soppresso il potere e la forza di qualunque autorità, e pensano di essere in grado di autogovernarsi. 

Roberto Burioni fa benissimo a sottolineare l’importanza dello studio, dell’impegno e della dedizione, ingredienti essenziali per l’apprendimento. Ma questo discorso può valere per il sottoscritto, per l’immunologo, per il laureato o anche per l’uomo con la licenza media ma con le facoltà intellettive attive; non si può parlare di questo ai bifolchi che non sanno neppure fare una ricerca su Internet distinguendo la realtà dalle fesserie. 

È ovvio, ma vale comunque la pena ripeterlo, che Burioni è liberissimo di dire e fare ciò che ritiene giusto, qualunque sia il suo obiettivo, però così si seguita a guardare dall’alto in basso – consapevoli di avere ragione – chi è convinto delle idiozie in cui crede.
Fare divulgazione, se ancora non l’aveste capito, è altra cosa: significa «abbassarsi» al livello del proprio interlocutore, non sciorinare tabelle piene di dati incomprensibili per mostrare di avere ragione; vuol dire essere comprensibili a tutti quando si spiega un concetto, per quanto difficile possa essere, non lanciare diktat che hanno un terribile effetto controproducente per la causa che si intende portare avanti. 

Avete mai provato a dire a qualcuno Non ti girare oppure Non guardare? Qual è l’effetto naturale che causerete, se non un desiderio (immotivato ma incredibilmente forte) di girarsi o di guardare? Bene, il «Metodo Burioni» non è altro che questo: una spocchia e una saccenza che portano, in modo del tutto irrazionale, a pensare «Ma me la racconta giusta questo qui?». Burioni genera sospetto e questo è sintomo di più di qualche errore comunicativo non da poco. 

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di Un silenzio italiano (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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