Immigrazione: trarre esempio dalla lotta ai sequestri di persona

Negli anni Settanta e Ottanta la cronaca nera italiana fu costellata da episodi di rapimenti, spesso con esiti cruenti. Essi furono messi a segno da associazioni a delinquere di stampo mafioso quali Cosa  Nostra e la ‘Ndrangheta, le quali reinvestivano i proventi criminali in altre attività illecite, oppure da gruppi, come la Anonima Sarda, che mantenevano i profitti sul territorio o, ancora, da manipoli creatisi per effettuare un determinato colpo e immediatamente dopo scioltisi.

Un passaggio determinante, dal punto di vista della legislazione, per il contrasto a questo sciagurato fenomeno fu l’introduzione del blocco dei beni della famiglia dell’ostaggio. La ratio di questa norma risiedeva nel fatto che il congelamento avrebbe impossibilitato il pagamento del riscatto richiesto dai rapitori. Fino al 1991 il blocco era sottoposto alla discrezione dei singoli magistrati; in seguito, venne istituito come norma generale. Con la legge numero 82 del 1991 si stabilì l’obbligo del «sequestro del beni appartenenti alla persona sequestrata, al coniuge, e ai parenti e affini conviventi». Si introdusse, inoltre, la possibilità di un sequestro facoltativo nei confronti di «altre persone» se vi fosse stato il «fondato motivo di ritenere che tali beni» potessero essere utilizzati «direttamente o indirettamente, per far conseguire agli autori del delitto il prezzo della liberazione della vittima».

La suddetta riforma portò a risultati più che soddisfacenti nella lotta a questa piaga, che aveva precedentemente raggiunto numeri vertiginosi (489 casi tra il 1975 e il 1985), destabilizzando la sicurezza del Paese e coinvolgendo anche personaggi illustri come Fabrizio De Andrè e la consorte Dori Ghezzi, privati della libertà nel 1979, in Sardegna.

Certamente, non fu una misura progettata e adottata a cuor leggero. Si trattava, infatti, di primo acchito, di compromettere la vita dei soggetti sequestrati poiché, naturalmente, la minaccia da parte dei malviventi era di commettere l’omicidio, in caso di mancata consegna del riscatto. Il legislatore, tuttavia, si dimostrò lungimirante e preferì resistere di fronte a questa pur tragica eventualità per indirizzarsi verso un bene maggiore: la deterrenza. Infatti, fu questo il punto di forza di questa innovativa legge (oltre a pene particolarmente severe, fino all’ergastolo), ossia scoraggiare i delinquenti, metterli in condizione di accantonare i loro piani poiché non collimanti con l’idea del profitto.

E se si traesse ispirazione da questa trionfante strategia per affrontare l’altrettanto mortifero problema dell’immigrazione tramite i barconi? Sappiamo che dietro questo tipo di tratta si stagliano vere e proprie organizzazioni criminali che si approfittano della situazione di bisogno degli africani e, tra efferate violenze, si fanno consegnare cospicue somme di denaro per traghettarli sulle nostre coste attraverso imbarcazioni fatiscenti che spesso naufragano, facendo calare a picco vite e sogni. Siccome, appunto, anche in questo frangente l’interesse massimo da preservare è l’incolumità delle persone, si tende a concentrarsi esclusivamente sui loro salvataggi. Ogni altro ragionamento viene tacciato, da una gran parte di opinione pubblica, di perfidia, di accantonamento di sentimenti umani e solidali. Ciò probabilmente si consuma poiché, quando sono messe a repentaglio delle vite, il primo pensiero è porle al riparo da ogni pericolo.

Così facendo, tuttavia, si tende anche una mano ai responsabili di questi viaggi clandestini. Infatti, essi vengono favoriti dalla circostanza che possono permettersi barchette in pessimo stato e con esiguo carburante, tanto sono consapevoli che ci sarà qualche ONG o la Guardia Costiera a completare il lavoro da loro intrapreso. Al contrario, urge renderlo, in qualche modo, sconveniente e non più un business remunerativo. Serve che essi temano punizioni aspre, ma soprattutto che non ritengano più di poter guadagnare da questa tratta di esseri umani. Questo, da parte del Parlamento, deve essere compiuto a costo di risultare impopolare, a costo di non essere inizialmente compreso dal popolo, ma con la prospettiva della riduzione del fenomeno e delle morti in mare, nonché di una maggiore sicurezza generale.

Gerarda Monaco

Classe 1995, studentessa universitaria. Il diritto e la politica sono il mio pane quotidiano, la mia croce e delizia, ma (per ora) non campo né di uno né dell'altra. Vi rassicuro: le frasi fatte solo nelle informazioni biografiche.

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