Un tentativo di risposta all’ondivago avvocato Marco Mori

Nell’intervista di Gerarda Monaco pubblicata ieri, l’avvocato Marco Mori (più volte candidato invano nelle liste di CasaPound) ragiona sull’eliminazione a opera di Facebook delle pagine di CPI e dei suoi big, tra cui Mori stesso. Al di là delle idee, poche e confuse, di cui il Pluricandidato Mai-eletto si fa portavoce, c’è una affermazione da cui è impossibile dissentire: «Facebook è una piattaforma privata». Leggendo l’intervista e giunti a questa affermazione abbiamo tirato un sospiro di sollievo: vuoi mai che quest’uomo, nonostante pure il suo barbiere e il suo ottico ce l’abbiano con lui, ne abbia finalmente detta una di giusta? Ovviamente la risposta è no, perché Mori prosegue: «È uno dei più palpabili esempi di un potere economico privato, che data la grande diffusione raggiunta, si trasforma in un potere politico conclamato», con la supercazzola prematurata con scappellamento a destra. E infine l’apice: «L’informazione dovrebbe essere esclusivamente sotto il controllo pubblico e obbligatoriamente pluralista». Chapeau. 

L’avvocato Marco Mori, già così ondivago da ritenersi vicino sia a CasaPound che ai Comunisti di Rizzo, crede davvero che Facebook sia informazione (se fosse così lo sarebbe anche la sua pagina che, ahinoi, è stata cancellata) e che quindi, visto che l’informazione dev’essere pubblica, Mark Zuckerberg dovrebbe comportarsi come tale? Al di là delle discussioni sul capitalismo che ci porterebbero fuori strada, il Legale-Tartarugato dovrebbe capire che, nonostante sia ormai diventato uno strumento di comunicazione, un social network è un’azienda privata che ha il sacrosanto diritto di escludere chi le pare dalla propria clientela.
Chi scrive, è bene ricordarlo, è al di sopra di ogni sospetto, in quanto a sostegno alla libertà d’espressione più totale. In un articolo di febbraio 2017 concludevo: «La democrazia assorbe per sua natura tutte le idee politiche, anche quelle antidemocratiche, se espresse nel rispetto della legge. Proibire a priori il raduno dell’ultradestra a Genova significa porsi come giudici di un aberrante processo alle intenzioni, che è proprio di quel clima politico e ideologico da cui la nostra Repubblica si è sempre voluta distaccare. Proviamo a riflettere sul fatto che la democrazia non è individualista: le libertà appartengono a tutti, anche a chi è più distante da noi, anche a chi ci può fare schifo. Se, nel nome della democrazia, bolliamo come “giuste” certe idee — e quindi “degne” di essere espresse — e come “sbagliate” altre — e quindi non degne di libera espressione — ecco che cadiamo nel vortice molto allettante della dittatura». 

Il diversamente-pettinato-Mori si dichiara «un difensore della Costituzione primigenia del 1948» pur essendosi candidato due volte con CasaPound e ritiene la nascita del secondo governo Conte un «processo eversivo». Risulta evidente che qualunque discussione con il nostro Defensor-Constitutio (ci perdoni Marsilio da Padova) è destinata a naufragare. Quando si vivono realtà differenti, il confronto è impossibile. Lo lasciamo, in compagnia di ottico&barbiere, a crogiolarsi nelle sue apocalittiche certezze, noi rimaniamo dubbiosi, ma senza dubbio più sereni. 

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di Un silenzio italiano (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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