Lettera ai giornalisti: «La cronaca non è giornalismo di costume»

Care colleghe e cari colleghi del mondo dell’informazione,

sto leggendo, come tante altre persone, descrizioni professionalmente avvilenti dell’omicidio di Elisa Pomarelli. Dalle «manone da tornitore» dell’assassino che «mulinano nell’aria sopperendo alle parole che non vengono» (copyright Valerio Varesi, Repubblica), al Giornale che, raccontando la doppia vita dell’omicida, parla di «gigante buono». Non mi interessa soffermarmi su discorsi che dovrebbero essere banali, come la distinzione e l’incompatibilità tra amore (uni o bilaterali) e violenza, questo sarebbe finalmente il caso di darlo per scontato. Il discorso che vorremmo fare riguarda soprattutto la narrazione che in teoria dovrebbe seguire le regole della cronaca, mentre troppo spesso è condita di qualcosa che con il giornalismo ha davvero poco a che fare. 

Siamo nel 2019 e dobbiamo ancora leggere articoli di cronaca che cercano il romanzato ovunque. Specie quando si sta parlando di uomini che uccidono le donne, ma non solo. Il nostro lavoro non dev’essere raccontare un romanzo d’appendice a chi ci legge, né tanto meno indugiare su dettagli volti a far breccia nella sensibilità del lettore. I fatti, quando sono notizie, sono tali da colpire quanto basta da soli, senza che il giornalista debba per forza richiamarsi a qualche vicenda narrativamente avvincente (si crede) ed efficace (si pensa).
Questi due esempi non sono cronaca. Non sono giornalismo. Non so se il tono dei pezzi sia una scelta di chi ha scritto i pezzi oppure sia l’esecuzione di una linea editoriale. E nemmeno mi interessa saperlo.

Da una parte c’è l’assenza di rispetto verso la vittima, che deve suo malgrado essere protagonista di un romanzetto da due soldi, ma dall’altra parte c’è l’assenza di rispetto per il lettore. Poi abbiamo il coraggio di interrogarci sul fatto che sempre meno persone si informano e per capire il senso di questo allontanamento dal giornalismo discutiamo sui massimi sistemi.
La verità è che la colpa è anche nostra, come categoria. Perché un lettore dovrebbe leggere il nostro articolo se sa di poter trovare delle ricostruzioni di un terribile delitto volte a far breccia nella sua sensibilità con una narrazione inutile e non legata alla stretta cronaca?
Provate a mettervi nei panni dei parenti della vittima, costretti a essere loro malgrado toccati da chi tratta l’omicidio di Elisa Pomarelli come se fosse una di quelle che negli anni Cinquanta venivano trattate come «storie torbide». La cronaca non è giornalismo di costume. 

Sono passati sessant’anni, il mondo è cambiato, ma nelle redazioni non è cambiato un cazzo.
Una prece

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di Un silenzio italiano (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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