Quando un luogo può aiutare a curarsi

Tra i racconti di mio padre alcuni sono tornati di grande attualità. Ricordo bene come parlasse delle prime crisi di asma e di come venissero vissute molto male in casa. Difficile spiegare che non si riesce a respirare. Soprattutto se in casa c’è già scompiglio e inizia un circolo vizioso nel quale lo scompiglio porta a stare male fisicamente e quella sofferenza porta altro scompiglio. Le discussioni, che alzano i livelli di ansia e le difficoltà, che invece di diminuire aumentano. Poi un medico prova a lanciare l’idea, forse la deve imporre perché ai genitori non appare subito come la soluzione più semplice: si deve provare ad andare in montagna, a Misurina! Sta a 1756 m e lì sì che si può stare meglio, l’aria lì aiuta! Da non crederci. Sempre meglio di un altro ricovero in una triste stanza d’ospedale anni 70’. E di una lunga lista di farmaci.

A questo punto, sempre dalle memorie di papà, tornano a galla i lunghi viaggi con la piccola auto dell’epoca, fino a raggiungere le vette innevate, verso Cortina e Auronzo e poi ancora più su, fino a scorgere le tre Cime di Lavaredo. Proprio quelle famose, quelle che stanno sull’etichetta della birra. Ma di persona, soprattutto dopo tutta la strada di montagna fatta con papà e con la nostalgia di casa che già si fa sentire, quelle tre punte fanno proprio un bell’effetto, rassicurante. Sembrano dei guardiani disposti lì a vegliare su chi si affida alle cure del loro ambiente.
Il focus dei ricordi qui si fa prendere dall’entusiasmo e si sposta sulle sciate, sul pattinaggio su ghiaccio e relative avventure, sulle passeggiate e, infine, con gli occhi un po’ lucidi e lo sguardo addolcito, sulle camerate di compagni che si erano conosciuti durante i mesi di cura. Perché sì, ci si poteva davvero vivere lì, per mesi, anche intere stagioni. 
Mio padre mi ricorda, in effetti, come fosse presente anche una scuola. Non serve che io glielo chieda, si capisce che l’attaccamento per quel luogo fosse diventato valido concorrente della nostalgia di casa. In più, davvero lì si stava meglio: papà aveva riscoperto la vita e fu proprio grazie a quei periodi all’Istituto di Misurina che imparò a scendere per le piste. Quasi come il suo idolo Alberto Tomba o come l’altrettanto seguita Deborah Compagnoni, da cui ho ereditato il nome. Lì cominciò l’amicizia di mio padre con la montagna, legame che poi trasmise a mia madre e a me.

Eppure all’inizio sembrava una condanna quell’asma, una malattia tenace che non l’avrebbe più abbandonato e che l’avrebbe costretto a terapie noiose e forse addirittura controproducenti. Qualcuno gli aveva sconsigliato pure lo sport. Non si aspettava, certo, di cominciare da lì l’esperienza che gli avrebbe migliorato la vita e che l’avrebbe accompagnato nella crescita.
Ora è diventato un fiero sostenitore del «metodo Misurina » (https://www.misurinasma.it/) e credo non avrei potuto fare altro che ridare voce alla sua testimonianza in questo periodo in cui la struttura che l’ha accolto tanti anni fa, si trova ad un punto di svolta. Se altri pediatri e altri pazienti e familiari vorranno ancora credere in essa, sarà pronta al rilancio. Ma perché la magia continui a essere una solida realtà è necessario crederci. Credere in quel gioiello che la natura ancora ci concede, peraltro unico in tutta Italia. Non perdiamo un’altra bellezza che ci viene messa a disposizione- Si tratta di una vera possibilità di trasformare malattie come asma, rinite allergica e dermatite atopica, solo per citarne alcune, in un’opportunità per imparare a prendersi cura di sé.

Debora Carolo

Già laureata in Progettazione e Gestione del Turismo Culturale, mi sono addentrata in una nuova avventura nel mondo della scuola. Spero, in questo modo, di poter condividere e trasmettere tutta la bellezza del mondo che scopro giorno per giorno...

Un pensiero riguardo “Quando un luogo può aiutare a curarsi

  • ottobre 8, 2019 in 2:05 pm
    Permalink

    ho letto con interesse l’articolo, in quanto i malati di asma in famiglia mia abbondano… un mio parente ad esempio, avendo la nonna in Calabria veniva caricato sul treno da solo (incredibile adesso..) ed affidato al controllore…all’arrivo trovava sempre qualcuno dei numerosi parenti che lo aspettavano…e l’estate passava tra una sveglia all’alba per andare a mare “perchè l’aria al porto ora è migliore” e una giornata in spiaggia…grazie del ricordo. tutto veniva fatto in autonomia…

    Risposta

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Shares