La polemica sui crocefissi ha rotto le palle

In Italia, quando non si sa su cosa fare polemica, si tira fuori la trita e ritrita questione del crocefisso nelle aule. Simbolo di un Paese che (fortunatamente) non c’è più, è uno di quei mantra che non sente il peso del tempo che passa, sia che si voglia sostituirlo con simboli più consoni a uno Stato laico, sia che ci si faccia portatori di un pensiero anacronistico e ben poco attuabile. Gli studiosi del futuro ci scriveranno trattati, partendo dalla massima di Fabri Fibra: «In classe mettono un crocifisso per educarci, ti prendono a schiaffi se lo stacchi, tu non provarci!» (da Mr. Simpatia).

L’Italia, come ormai sanno anche i muri delle famigerate aule che dovrebbero diventare luoghi di culto, è uno Stato laico. Questo significa che le religioni diverse dal cattolicesimo non vengono semplicemente tollerate, ma hanno uguale importanza e dignità rispetto alla Chiesa romana. Nel 2019, quando lo «sbattezzo» è ormai pratica vagamente diffusa e le messe rappresentano una cupa abitudine per gran parte dei credenti-della-domenica, tenere un simbolo religioso nelle classi è abbastanza sciocco, ma mai quanto indignarsi se qualcuno vuole toglierlo. Forse vi ricorderete di Elena Donazzan che, da assessore all’Istruzione di quella diversamente evoluta Regione Veneto, tempo fa aveva proposto di regalare una Bibbia a ogni bambino che frequenti le scuole elementari. Ecco, la Donazzan è rimasta sconvolta dal fatto che il ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti sia contrario alla presenza del crocifisso in classe e lo ha definito un «black bloc dell’istituzione Scuola». Ma si sa che la politica veneta, a differenza di gran parte della popolazione regionale, alle ovvietà ci arriva con qualche decennio di ritardo, ce ne siamo ormai fatti una ragione.

Tenere un crocifisso in aula è una decisione dal significato profondo, visto che significa mettere un simbolo religioso come «ombrello» ideale di un’istituzione pubblica e statale. Lo stesso potrebbe dirsi dell’effigie del presidente della Repubblica in carica che – pur rappresentando la nazione molto più di Papa e compagnia cantante –, in quanto cittadino ed essere umano invidia al Signore Dio nostro infallibilità e onniscienza, quindi non è opportuno (per quanto possa essere una brava e onesta persona) che renda meno indipendente e libera la scuola.

La domanda che chi scrive si pone da anni è molto semplice: perché nelle aule deve essere appeso qualcosa di diverso da una carta geografica? Capisco che i muri delle classi italiane siano troppo spesso orribili, con intonaci scrostati, crepe di varia natura e magari qualche infiltrazione, ma per quale razionale motivo si deve porre un essere superiore a vegliare suo malgrado su bande di ragazzini urlanti, talvolta svogliati e troppo spesso assolutamente disinteressati sia alla religione sia alla politica?

Sono polemiche che hanno rotto le palle per la loro idiozia. Siamo un Paese in cui non c’è religione di Stato ma la religione diventa sempre affare di Stato. Si parte dai crocefissi nelle aule e si finisce per porre motivazioni religiose nella discussione politica su matrimoni tra persone dello stesso sesso o suicidio assistito. Il ragionamento alla base è lo stesso: ossia che possa essere legittimo che la religione interferisca con l’amministrazione dello Stato. Nessuno, ovviamente, vorrebbe l’ateismo di Stato di sovietica memoria, visto che si tratterebbe di una religione (anche un non-credo è un credo) imposta dall’alto. Ma che la fede diventi una questione privata slegata dal pubblico penso sia cosa che dovremmo tutti auspicare.

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di Un silenzio italiano (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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