Ergastolo ostativo: la sentenza Cedu non ha senso

Ci dispiace dare una brutta notizia ai sedicenti portavoce della democrazia e della riabilitazione del detenuto, ma la sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sull’ergastolo ostativo non ha alcun senso.
Risulta interessante notare che la questione della costituzionalità del «fine pena mai», all’estero generalmente noto come ergastolo senza condizionale, è stata più volte posta all’attenzione della Consulta, perché giudicata dai ricorrenti incompatibile con il fine riabilitativo della detenzione. Ma la Corte Costituzionale, che per ovvi motivi conosce la situazione italiana molto più della Corte Edu, ha evidenziato l’assunto secondo cui «funzione e fine della pena non è solo il riadattamento dei delinquenti».

Al di là del solito Christian Raimo, che citiamo nonostante sia ritenuto un intellettuale forse solo dai parenti stretti, che oltre all’ergastolo vorrebbe abolire addirittura le galere, sono in tanti ad aver accolto con incomprensibile giubilo la sentenza della Cedu. Tiziana Maiolo sul Dubbio cerca di elencare gli effetti dell’ergastolo ostativo: «La prima conseguenza fu che diventò, nei fatti, vietato essere o dichiararsi innocenti. La seconda che, essendo la legge retroattiva (altro motivo di incostituzionalità ), obbligava persone in carcere da anni e che magari usufruivano già per esempio di permessi esterni, a inventarsi qualcosa, magari mettendo a repentaglio la propria o altrui vita, per dimostrare la propria volontà di collaborazione e poter godere di nuovo dei propri diritti». Di fronte a cotanti soloni del diritto, cerchiamo di capire il senso di un provvedimento detentivo così duro.

Al di là del fatto che l’Italia ha una storia criminale e giurisprudenziale estremamente particolare, avendo dovuto fare i conti con fenomeni come la criminalità organizzata e il terrorismo molto più di altri Paesi, e che quindi le norme sul «fine pena mai» sono da contestualizzare e comprendere, bisogna comunque capire che l’ergastolo ostativo è sempre una scelta del detenuto.
Giovanni Falcone e Paolo Borsellino non hanno fatto in tempo a vedere entrare in vigore una normativa che avevano fortemente voluto, noi invece abbiamo potuto assistere agli effetti benefici della prospettiva del «fine pena mai». Si tratta di una scelta perché il condannato può evitare il carcere a vita. Deve collaborare con la giustizia. Questo è l’unico modo in cui ci si può dissociare da patti criminali fondati sull’omertà e quindi riabilitarsi. Chi parla è fuori dai giochi, chi non parla (anche se è dietro le sbarre) continua a essere oggetto di rispetto e reverenza.

In Italia si continua a vedere la giustizia come un astratto boia che prima o poi potrebbe colpire chiunque, quando (si parla soprattutto di condanne pesantissime come quelle che portano all’ergastolo) il modo migliore per evitare una condanna è non compiere un reato.
Può sembrare paradossale, ma chi subisce un trattamento estremo come l’ergastolo ostativo (magari reso ancora più duro dal 41bis) lo fa per propria personale scelta, sapendo benissimo come può evitarlo e decidendo comunque di non collaborare con la giustizia. La riabilitazione è possibile soltanto se il condannato si dissocia efficacemente dall’associazione criminale di cui faceva parte. Può farlo, e sperare quindi di uscire dal carcere prima o poi, o può decidere di non farlo. A quel punto, però, la responsabilità del fatto che uscirà di prigione solo da morto è tutta sua. 

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di "L'Affaire Somalia. Romanzo di una strage" (2020) e di "Un silenzio italiano" (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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