Liberalismo contrario alla democrazia? Che sciocchezza

Ho letto con grande sconcerto l’articolo del collega Mohamed Niang sulle motivazioni per cui non potrebbero coesistere democrazia e liberalismo, pubblicato su La Voce che Stecca il 26 ottobre scorso. Nonostante le apprezzabili citazioni filosofiche presenti nel pezzo, è difficile condurre un ragionamento rigoroso quando si parte da assunti a volte imprecisi a volte proprio sbagliati. Non si può che essere d’accordo con il fatto che «non può esserci democrazia, se non si promuove un’uguaglianza sostanziale», ma proporre l’uguaglianza sostanziale come antitesi del liberalismo significa commettere un errore madornale. Non occorre aver letto i teorici del liberalismo più o meno estremo per comprendere che alla base di questo c’è una meritocrazia basata, appunto, sull’uguaglianza sostanziale di fronte alla legge e di fronte alla società.

Si può discutere sul fatto che le cosiddette democrazie liberali per un motivo o per l’altro non lo siano, almeno non completamente. Ma il collega Niang, innalzando il suo discorso all’idealismo della filosofia, si riferiva evidentemente a situazioni teoriche e non concrete. Un motivo in più per ritenerlo un discorso fondato su basi errate. Non parliamo poi di frasi come «L’iniziativa economica privata è certamente libera, ma deve essere volta all’utilità sociale; inoltre il merito, che deve essere certamente riconosciuto, è opportuno che venga limitato ogni qualvolta il successo personale leda i diritti fondamentali altrui». Ragionamenti come questo sono l’essenza dell’antiliberalismo ma anche dell’assenza di qualunque spinta dell’individuo al miglioramento proprio e della società. Come si può pensare, escludendo i rari casi di martiri sull’altare dell’altruismo, che un individuo si dia alla libera iniziativa economica se questa deve avere come scopo l’utilità sociale? Ovviamente il discorso di Niang non ha senso, né teorico né tanto meno pratico.

Il collega, poi, afferma che «questo senso di identificazione nell’altro oggi è stato completamente stravolto dall’ordinamento politico, giuridico, economico, morale liberista», dimostrando di confondere liberalismo e liberismo, sostantivi che si riferiscono a pensieri differenti, riguardanti sfere differenti. Sentire parlare di «ordine liberale», poi, è come parlare degli ippogrifi. Stendiamo un pietoso velo sul ragionamento che segue: «La distruzione dello Stato, come sostanza etica consapevole di sé (Hegel), solo mezzo per la piena libertà (piena, non assoluta) degli individui come parte di una società e non persone completamente slegate fra loro, è l’obiettivo del grande capitale, che libero da lacci e lacciuoli, può finalmente espandere il suo potere in modo pressoché assoluto, ossia ab solutus, nel vero senso del termine, sciolto da ogni vincolo, e per questo illimitato e incondizionato. I cittadini vengono ridotti a meri individui volti al soddisfacimento del proprio interesse personale».

Il liberalismo può non piacere. Il liberismo può fare schifo. Ma il collega Niang non si limita a manifestare la propria avversione verso una corrente di pensiero politico e una di pensiero economico. Anzi, la sua personale opinione rimane sullo sfondo, aleggiando sul suo ragionamento senza mai palesarsi in modo chiaro ed evidente. Il discorso di Niang ha la pretesa di estrarre dal cilindro una verità assoluta (o presunta tale), ossia la completa incompatibilità tra democrazia e liberalismo. E nel fare questo piega alle proprie esigenze le definizioni di democrazia e liberalismo. Quest’ultimo, lo diciamo per dovere di completezza, non è quell’incubo che evidentemente assilla ogni notte il nostro collega. Si tratta di una filosofia di pensiero che parla di uguaglianza di opportunità verso tutti gli individui, di giustizia e di meritocrazia. Unico nemico del liberalismo è lo Stato totalitario che non è (solo) quello che si ha durante una dittatura, ma è anche quello che decide ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, che limita la libertà dell’individuo anche quando questa libertà non nuoce alla libertà altrui. Esattamente quello Stato caldeggiato da Niang. Il liberalismo è contrario a qualunque definizione di «giusto» e di «sbagliato». Unico criterio per distinguere le azioni buone da quelle cattive è che la libertà esercitata nelle prime non deve ledere alla libertà di nessun altro.

Mohamed Niang, invece, o è contrario a uno Stato democratico o muove da basi errate (noi propendiamo per la seconda ipotesi), visto che intende escludere dall’agone della discussione politica una corrente di pensiero perché ritenuta incompatibile con la distribuzione del potere ai cittadini che eleggono i propri rappresentanti. Secondo lui c’è un solo pensiero giusto che, guarda caso, è quello di cui si fa portatore. La democrazia, i lettori lo sapranno, non è cooperazione, fratellanza o sovranità nazionale; la democrazia è discussione politica di idee anche lontanissime tra loro, senza escluderne nessuna, senza ritenere che anche una di queste idee sia incompatibile con la democrazia. Questa è la democrazia. A Niang può anche non piacere tutto ciò, ma questo non lo autorizza a dare ai termini le definizioni che fanno comodo per un’invettiva senza né capo né coda.

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di Un silenzio italiano (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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