Fondazione Open: l’inchiesta spiegata bene

R. come B.? Due perseguitati dalla magistratura? Se un alieno proveniente da Marte fosse atterrato ieri in Italia e malauguratamente avesse aperto Facebook sulla pagina di Matteo Renzi, questo sarebbe stato il suo pensiero. «Un atto senza precedenti nella storia del finanziamento alla politica», «Chiameremo in causa tutti i livelli istituzionali per sapere se i partiti sono quelli previsti dall’articolo 49 della Costituzione o quelli decisi da due magistrati fiorentini», magistrati fiorentini che sono titolari anche di altre inchieste: «Sono loro, ad esempio, ad aver firmato l’arresto per i miei genitori, provvedimento – giova ricordarlo – che è stato annullato dopo qualche giorno dai magistrati del Tribunale del Riesame». Questi alcuni stralci di due post firmati da Matteo Renzi.

La fondazione Open

Nata nel 2012 con il nome di «Big Bang», la fondazione Open fino al 2018 ha sostenuto le iniziative politiche come la Leopolda di Matteo Renzi, la sua corsa alle primarie del Pd e la campagna per il «Sì» al referendum costituzionale del 2016 che ha determinato la caduta del governo presieduto dal fiorentino. Nel consiglio d’amministrazione della fondazione, oltre all’imprenditore – ora indagato – Marco Carrai, figuravano anche Maria Elena Boschi e Luca Lotti, non indagati.
Nei 6 anni di vita, Open ha raccolto oltre 6 milioni di euro. Da chi? Qui bisogna fare un distinguo. Sul sito della fondazione era presente anche una lista di finanziatori che avevano dato il via libero alla pubblicazione della donazione. Il problema sono coloro che non hanno dato questo via libera. Un elenco segreto che è stato sequestrato un paio di mesi fa quando è stato perquisito il presidente di Open, l’avvocato Alberto Bianchi, accusato di traffico d’influenze illecite.

L’inchiesta fiorentina

Secondo i pm della Procura di Firenze, Open avrebbe agito come un’«articolazione» di un partito politico. In altre parole, fungendo secondo l’accusa da anello di congiunzione tra donatori e partito, avrebbe dovuto rispettare le norme sul finanziamento ai partiti. L’inchiesta è partita con l’ipotesi di un presunto pagamento effettuato dalla Toto, una società di costruzioni, per una consulenza milionaria a Bianchi, ora accusato anche di finanziamento illecito ai partiti. Parte di questi milioni, secondo la procura, è finita nelle casse della fondazione.

A sostegno di questa ipotesi alcuni giorni fa il Tribunale del Riesame, confermando i sequestri di due mesi fa a carico di Bianchi, parlava di operazioni «dissumulatorie» del gruppo Toto a favore di Open. Secondo l’ordinanza dei giudici, «nel 2016 “Alberto Bianchi e associati studio legale” aveva ricevuto dalla Toto Costruzioni Generai, la somma di 1.612.000 oltre a Iva al 22 per cento per 354.640, totale fatturato 1.966.640 quale pagamento di prestazioni professionali». Questo dopo che Bianchi era stato pagato «con fattura numero 4 del 2 agosto 2016» dalla Toto per 801.600 euro e il 12 settembre l’avvocato aveva versato 200.838 euro alla Fondazione Open e altri 200mila euro al Comitato per il Sì al referendum costituzionale.

Altre persone sono poi accusate a vario titolo di riciclaggio, autoriciclaggio, appropriazione indebita e false comunicazioni sociali.

Oltre a questo, i pm vogliono verificare anche se «la fondazione Open ha rimborsato spese a parlamentari».

Perquisiti i finanziatori

Alcuni dei finanziatori della Open, pur non essendo indagati, sono stati perquisiti dalla Guardia di Finanza. Dall’imprenditore vicinissimo a Matteo Renzi Davide Serra, alla multinazionale farmaceutica Menarini, fino al napoletano Alfredo Romeo, imputato a Napoli per corruzione nel caso Consip. II succo è abbastanza semplice: la procura vuole capire se i soldi versati alla Open fossero in qualche modo una contropartita, come sarebbe secondo l’accusa nel caso Toto.

Nella giornata di martedì sono stati perquisiti un commercialista fiorentino e finanziatori di Open in 9 città: da Milano a La Spezia, da Torino a Bari. Nessuno di loro è indagato, ma è stata comunque un’operazione in grande stile.

Le «sviste» di Matteo Renzi

Nel post di Renzi che vi abbiamo riportato qui sotto ci sono quelle che potremmo definire delle «imprecisioni». Non sono i pm, tanto per fare un esempio, a firmare l’arresto dei genitori dell’ex premier, bensì decise di arrestarli un giudice su richiesta della Procura.

Renzi potrebbe evitare di lasciarsi andare in provocatori piagnistei come «Vi prego non finanziate Italia Viva se non volete passare guai d’immagine». Le indagini faranno il suo corso ma le accuse, se verificate, risultano abbastanza gravi da rendere impensabile la persecuzione di berlusconiana memoria.

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di Un silenzio italiano (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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