Come sassi – Il rituale

Entrarono poco a poco in una zona in cui erano rimasti alcuni alberi, forse secolari, che si accoccolavano sfiniti su delle strutture in pietra. Sembravano grotte a vederle da lontano. June ne contò 12 e il coincidere di questo numero con il numero delle ragazze la lasciò ancora più tesa e preoccupata. Sapeva che qualcosa stava accadendo, ma non capiva di che si trattasse.

Le curiose costruzioni, ricoperte di muschio e, neanche a dirlo, foglie morte, erano disposte lungo un rettangolo. Al centro c’era un’aiuola della stessa forma e un corso d’acqua ormai fango correva attorno a questo, rendendo accessibile ogni caverna in modo indipendente e vagamente elegante, nonostante il macabro. June non sapeva se fosse naturale apprezzare una cosa del genere in quelle condizioni, ma dato che la sua avventura sembrava essere solo iniziata, aveva deciso di seguirla. Si era detta che, anche se fosse stata la sua fine, sarebbe stata interessante e significativa, perché in quel luogo non avrebbe potuto essere diversamente. Magari sarebbe stata dimenticata per sempre, ma tutto quel complesso dava molte impressioni, tranne quella dell’indifferenza, nonostante la catastrofe che doveva essersi abbattuta lì. Inaspettatamente non le fecero scendere una ad una all’entrata delle grotte, ma tutte assieme sull’aiuola centrale. Quindi non avevano idea di quale fosse l’abbinamento corretto, pensó June. Nemmeno loro sapevano tutto di quel luogo. Le loro espressioni erano diventate più dubbiose e curiose, sempre immerse nella più totale amarezza, proprio come le strane cavità se ne stavano come in adorazione in mezzo a quel pantano. Appena furono scese tutte e 12 accade qualcosa che alzò definitivamente il livello del surreale in modo incontrovertibile. Il terreno sotto i loro piedi parve animarsi e si illuminò con una fosforescente luce viola. Questa creò dodici percorsi differenti, ciascuno terminante in una delle grotte, che sembravano ora degli altari, delle cripte. In ciascuno degli ambienti erano ora visibili dei mobili e degli oggetti fatti di pura luce, come fossero proiettati. E soprattutto, stavano poco a poco componendosi delle figure umane riccamente vestite. Ogni gruppo si distingueva dagli altri per un particolare diverso colore, creando una sorta di arcobaleno se lo si fosse guardato nell’insieme. Eppure ogni ragazza sapeva con precisione a quale di questi appartenesse. Qualcosa nei connotati, oltre che nel colore prevalente, faceva capire loro di doversi dirigere verso un diverso gruppo. 

June non era molto convinta e si avvicinò a un gruppo di 3 personaggi in vesti color indaco. Erano pieni di gioielli che sembravano pesare non poco su quelle figure tanto sottili e dal portamento fine. Un anziano con i capelli e la barba corti, grigi e con qualche punta di nero e bianco. Il suo sguardo era severo, convinto e al tempo stesso sembrava nascondere una grande insicurezza, che lo turbava. Una donna sulla quarantina, con i capelli neri raccolti in due chignon laterali e un particolare piccolo cappellino al centro della testa, sempre nella stessa tonalità indaco. Il suo sguardo era triste, ma contenuto e sembrava voler sorridere a June. Infine un bambino, dai capelli biondi, che avrà avuto 4 anni e che se ne stava giocherellando con dei brillii di luce.

Sembravano ripetere le stesse azioni ogni 10 secondi, come non potessero fare altro o fossero una registrazione in loop. June li fissava senza potersi muovere, qualcosa la preoccupava molto. Sentiva che in tutto ciò doveva esserci qualcosa di incredibilmente triste.

Poi sentì che qualcuno la spingeva sul suo percorso e notò come le altre ragazze stessero, chi più timidamente chi più solennemente, avvicinandosi ai rispettivi gruppi e altari. Si convinse ad avvicinarsi, non poteva più tirarsi indietro.

Debora Carolo

Già laureata in Progettazione e Gestione del Turismo Culturale, mi sono addentrata in una nuova avventura nel mondo della scuola. Spero, in questo modo, di poter condividere e trasmettere tutta la bellezza del mondo che scopro giorno per giorno...

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