Come sassi – L’entrata

Quando fu precisamente davanti ai tre, questi smisero di muoversi e si misero in posa ordinata guardandola. I loro sguardi incontrarono quello teso e spaventato di June, che non osava però muoversi. Poi iniziarono a parlare, come se fosse partita una seconda registrazione, anche se qualcosa faceva intuire a June che non avrebbero ripetuto una singola parola.

«Il tempo del cambiamento è arrivato,

ripercorri il tuo passato

e un tuo futuro avrai svelato

Grandi errori sono stati,

la speranza era perduta,

ma saranno rimediati

se la speranza rinvenuta

Ti concediamo un passaggio

per la terra dei ricordi,

rammenta i raccordi

e avrai il nostro omaggio

Intraprendi il viaggio

segui il tuo percorso

non alzare il nostro rimorso

non prendere altro ingaggio 

Ricorda il tuo cuore,

non dimenticare le ore,

una volta che avrai finito

forse noi non avremo del tutto fallito»

I personaggi sparirono, portando con sé le proprie lacrime e June temette di aver perso per sempre anche le loro parole. Come il senso di smottamento interiore, la piattaforma su cui si trovava iniziò a tremare, come anche quelle delle altre ragazze, il suono che ne derivava era molto forte. Anche se ormai June notava solo quello che stava accadendo sulla propria piattaforma, presto apparirono 12 piedistalli e un meccanismo li aprì, svelando un piccolo cofanetto finemente decorato. Al suo interno le parole erano state conservate tramite un ennesimo gioco di proiezioni. Le parole scorrevano e in conclusione, al posto della firma, Conservale nella sacca. Quando June ebbe prelevato il cofanetto dal piedistallo, questo si ritirò e si svelò, in fondo alla grotta, una porta.

June guardò un’ultima volta quelli che fino al momento precedente erano stati i suoi più grossi pensieri, quelli che credeva potessero essere dei rapitori. Erano seduti in cerchio come stessero meditando e avevano disposto dei sacchi a pelo vicino a loro. Sembrava sapessero abbastanza da potersene stare lì ad aspettare serenamente. 

Si chiese se avesse molta scelta e considerò che non sempre il cammino più facile si rivelerà tale o sarà il migliore, aggiungendo che in ogni caso tra le sue opzioni non ne avrebbe avuto una più facile. E, presa come da una calamita, si lasciò convincere ad entrare per la porta, vicino alla quale era comparsa anche la sacca, incorreggibilmente color indaco.

Appena entrata percepì nell’aria un profumo profondo, suadente e calmo e se avesse dovuto descriverlo avrebbe abbozzato un blu, come quello che doveva avere l’oceano in tempi ormai remoti. Aprendo gli occhi si rese conto di trovarsi su un ponte. Era molto molto in alto e, soprattutto, sott’acqua. Davanti a lei il colore avrebbe potuto accecarla dopo pochi istanti. Una serie infinita di coralli sfumavano in lontananza dal rosso al magenta, passando per rosa, viola, arancio e persino giallo. Si stagliavano sull’intenso blu dell’oceano fino all’orizzonte ed emanavano una luce potentissima attraversata da piccole bolle. Alle due estremità del ponte stavano due identiche rocce che non superavano l’altezza dello stesso, ma che sprofondavano a perdita d’occhio, forse fino all’altezza dei campi di corallo, forse più in basso. La cosa più strana dopo la distesa di coralli era l’assenza di suoni.

Questo fu uno dei due motivi per cui June credette di morire quando un boato assordante annunciò l’abbassarsi del ponte, che iniziò a calare in altezza precipitosamente, dando a June il secondo motivo. Aveva sempre odiato quel genere di giostre e pensava che senza cinture, protezione o altro sarebbe stata sbalzata in aria e poi caduta di peso, o forse a peso morto ormai. Ed era anche in acqua, chissà che disastroso maremoto si sarebbe creato.

Debora Carolo

Laureata in Progettazione e Gestione del Turismo Culturale, per ora posso solo sognare di fare la guida turistica, ma questo non mi impedisce di viaggiare alla scoperta della bellezza del mondo e magari anche di custodirla ed esaltarla come possibile. E così, scrivo...

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