L’analisi post-Emilia: il Movimento 5 Stelle è morto?

La vittoria di Stefano Bonaccini alle regionali in Emilia-Romagna di domenica 26 gennaio è stata una boccata d’aria fresca. Con tutti i suoi difetti, questo centrosinistra si contrapponeva al centrodestra a trazione salviniana che aveva fatto campagna elettorale baciando salumi oppure fingendo di diffondere legalità suonando un citofono. Ma quello che ha colpito maggiormente è stato il risultato del Movimento 5 Stelle, che ha sfiorato a malapena il 3,5%. A questo punto in tanti hanno iniziato a chiedersi: il Movimento è morto? E qualcuno, tra cui Gianni Riotta (colui che il premio Pulitzer Glenn Greenwald nel 2013 ha definito «il contrario del giornalismo»), ha già la risposta: sono stati sconfitti dalla Storia. Sarà vero? Per capirlo basta guardare i numeri, che potete trovare sul sito del Ministero dell’Interno nella sezione «Elezioni».

Al di là delle percentuali, i dati più importanti per capirci qualcosa sono i voti assoluti. Il M5S alle regionali di domenica scorsa ha preso 80.823 voti (3,48%), mentre alle regionali emiliane del 2014 aveva preso 150.456 voti (13,27%). Questo significa che, a livello regionale, il Movimento in 5 anni ha perso quasi 70mila voti, quasi la metà del bacino elettorale che aveva alle regionali del 2014. Le percentuali mandano un po’ fuori strada, visto che il rapporto tra i due dati è quasi di 1 a 4 e non di 1 a 2, come invece suggeriscono i voti assoluti. Questo perché l’affluenza dal 2014 al 2020 è quasi raddoppiata (dal 37,71% al 67,68%) e quindi il singolo voto, in termini percentuali, vale meno.
La candidatura dei 5 Stelle, quindi, ha portato sicuramente a un fallimento, ma meno disastroso di quello che mostrano le mere percentuali.

Per cercare di dare un senso a questi numeri, cerchiamo di andare ancora un po’ in profondità. Sia le regionali del novembre 2014 sia quelle del gennaio 2020 arrivano quasi due anni dopo le elezioni politiche (rispettivamente del febbraio 2013 e del marzo 2018). E questo ci permette di fare un parallelismo tra i due voti.

Febbraio 2013 (politiche): 658.475 voti (in Emilia Romagna)
Novembre 2014 (regionali): 150.456 voti 
Marzo 2018 (politiche): 698.204 voti (in Emilia Romagna)
Gennaio 2020 (regionali): 80.823 voti

È evidente che, per il M5S, elezioni politiche ed elezioni regionali seguano un trend differente, sia in Emilia-Romagna sia nel resto d’Italia. Questo conferma l’analisi che si fa da anni sul Movimento, capace di trionfare quando si vota per Camera e Senato e poi fallire miseramente quando si va alle urne per realtà più locali (regionali, amministrative, ecc.). Perché questo? Forse perché i cittadini sono molto più delusi della politica parlamentare rispetto a quella più locale, forse perché alle regionali e alle amministrative non si vota solo un organo collegiale ma anche una persona singola affinché diventi sindaco o presidente di Regione.

Tornando alla domanda di partenza, il Movimento 5 Stelle è morto? La risposta è: non lo sappiamo e non possiamo saperlo. Checché ne pensi Riotta, è ovvio che si possano paragonare solamente elezioni di un certo tipo. Politiche con politiche, regionali con regionali.
Se nel 2014 ci fossimo accontentati dei dati delle regionali di quel novembre paragonate alle politiche di un anno prima avremmo potuto constatare che nel giro di 20 mesi il Movimento 5 Stelle in Emilia-Romagna aveva perso più di 500mila voti. E avremmo dovuto darlo per morto già nel 2014. E, dopo le elezioni del 2018, avremmo dovuto prendere una pala e scavarci una fossa dove sotterrarci per la vergogna.

Al di là delle partigianerie e delle simpatie politiche, quello che dicono i numeri è indiscutibile. Premesso che stiamo parlando di una Regione di lunga tradizione di sinistra e centrosinistra, è innegabile che il Movimento 5 Stelle debba porsi delle domande, ma disquisire sulla presunta fine del Movimento è cosa assai ardita. Perdere quasi il 50% dei voti raccolti alle ultime regionali significa ovviamente fallire miseramente, ma la diagnosi di questo fallimento è molto semplice: presentarsi contro il Pd in una regione da sempre rossa, pur governando a Roma con il Pd (e quindi non potendosi ergere a vera alternativa al centrosinistra, come invece ha fatto Matteo Salvini) e soprattutto presentarsi con un candidato che ha lo stesso carisma di un lavandino, fare tutto questo significa perdere. Punto. 

Il Movimento è morto? Per saperlo dobbiamo aspettare al massimo tre anni, quando ci saranno le prossime elezioni politiche. Fino ad allora nessuno ha i mezzi per capire che cosa direbbero gli elettori se dovessero votare oggi per Camera e Senato.
Non ha granché senso lanciarsi in ardite previsioni, se non con l’obiettivo di stuzzicare i propri follower su Twitter. Fare previsioni azzardate significa esporsi alla Storia, che magari – per citare Riotta – ha sconfitto i 5 Stelle, ma potrebbe anche sbeffeggiare chi fa pronostici senza guardare i numeri che molto meglio dei giornalisti riescono a raccontare la realtà in modo freddo e senza partigianerie di sorta.

 

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di "L'Affaire Somalia. Romanzo di una strage" (2020) e di "Un silenzio italiano" (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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